Rovatti: «La mia straordinaria storia da Mortara a Roma»

rovattiCesare Rovatti (nella foto) è stato il costumista e lo scenografo di registi del calibro di Luchino Visconti, De Sica, Castellani, Antonioni, Pasolini e Bolognini. Negli anni Sessanta ha lavorato con tutti gli attori italiani più celebri, da Sophia Loren a Marcello Mastroianni, che definisce «una persona meravigliosa». Rovatti, nato a Mortara nel 1933 e nel 1960 trasferitosi a Roma, tornerà domenica 7 ottobre a Castello d’Agogna per raccontare la sua vita artistica a fianco della giornalista di “Repubblica” Laura Laurenzi. Nel 1970 lascerà Cinecittà per intraprendere la professione di arredatore d’interni e di spazi commerciali e anche in questo caso i nomi saranno noti: Armani, Missoni, Etro, Fendi, Lancetti, Valentino. «Quel che amo del suo lavoro è la mano leggera con cui riesce a dare consistenza alle idee», ha detto di lui la stilista Carla Fendi.

Come ha iniziato il suo percorso artistico?

«All’Accademia di Brera a Milano. Negli anni Cinquanta la mia famiglia era concessionaria del marchio Fiat in gran parte della Lomellina. Io però volevo cambiare vita e così m’iscrissi a Brera. Ogni mattina mi svegliavo alle 6 per salire sul treno per Milano: con me c’era Marta Vacondio, che di lì a poco avrebbe spostato il conte Umberto Marzotto».

Come ricorda quei viaggi in treno?

«C’era un’atmosfera festosa, soprattutto grazie alla simpatia di Marta. Arrivava sempre in ritardo, lasciava la bicicletta in stazione e si truccava in carrozza per essere subito pronta per la passerella. Nel nostro scompartimento c’erano anche due calciatori famosi, diretti a Milano: gli interisti Giovanni Invernizzi, originario di Albairate, e Gino Armano, che saliva ad Alessandria».

Perché ha deciso di spostarsi a Roma?

«Negli anni Sessanta Roma esercitava un’attrattiva culturale eccezionale. Erano gli anni della Dolce vita. Lasciai una Mortara a dimensione familiare, dove tutti si conoscono, per approdare in una metropoli dove non ero nessuno. Ma devo ammettere che sono stato molto fortunato. Ho conosciuto lo scenografo e costumista fiorentino Piero Tosi, una persona di grande sensibilità e creatività che mi ha preso come assistente. Con lui sono stato fino al 1968, per poi lavorare da solo ancora due anni a Cinecittà».

Qual è stato il regista che più ha ammirato?

«Senz’altro Luchino Visconti. Aveva un carattere determinato, soprattutto sul set: era sicuro di ciò voleva e teneva i dubbi sempre per sé. Non comunicava mai i suoi problemi rassicurando in questo modo i collaboratori».

 

tiff

Ricorda un film in particolare?

 

«Direi “Oggi, domani, dopodomani”. Era un film a episodi del 1965: in quello intitolato “La moglie bionda” recitavano Marcello Mastroianni e Pamela Tiffin (nella foto), una modella arrivata dall’America. Avevamo visto alcune sue foto su Playboy: era ovviamente stupenda, ma io riuscii a trovare i costumi adatti facendo risaltare ancora di più la sua avvenenza».

Chi ricorda dei molti attori con cui ha lavorato?

«Senza dubbio Mastroianni: una persona meravigliosa. E poi le attrici: la Loren, la Lollobrigida, la Mangano. Quest’ultima era straordinaria».

Perché ha deciso di lasciare il cinema?

«La mia passione per la scenografia si è orientata sempre di più verso l’arredamento, l’architettura e in genere gli ambienti dedicati alla vita. Ho trasferito l’esperienza del lavoro nel cinema nella quotidianità. Ciò mi ha permesso di creare ambienti curati, controllati, definiti, come accade nella realizzazione delle scenografie dei film. Mi sono diviso fra due carriere complementari, che s’intrecciano e si fondono: da una parte la fabbrica dei sogni, dall’altra un vero tetto sulla testa di chi può permettersi molto».

E domenica in Lomellina alla ribalta ci sarà lei…

«Ho sempre preferito defilarmi dando ragione ad André Gide, che esortava a non parlare mai di se stessi. Ma credo che domenica farò un’eccezione per i vecchi amici di Mortara e della Lomellina».

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