L’italiano usato in Vaticano

Da postulatore della causa di beatificazione di Teresio Olivelli a italianista. Il mortarese monsignor Paolo Rizzi, che in Vaticano è “officiale” (funzionario) della Segreteria di Stato di Sua Santità, ha partecipato agli Stati generali della lingua italiana con un intervento sull’italiano usato oggi nella Curia romana. Il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, ha ammesso di aver fatto un’eccezione pubblicando la riflessione del prelato lomellino nella rubrica on line “Il tema”, «affidata solo a nostri accademici proprio perché esprime l’opinione ufficiale della Crusca su questioni di rilevante attualità». Monsignor Rizzi, autore di libri sullo stesso Olivelli e su monsignor Pietro Barbieri, il prelato di Valle Lomellina che fu amico fraterno dei padri fondatori della Repubblica, ha affrontato un argomento inedito.

Rizzi1«Nello scritto di monsignor Rizzi – scrive il presidente della Crusca – troviamo per la prima volta una descrizione accurata dell’uso linguistico all’interno della Curia e anche indicazioni sul tipo di italiano ritenuto adatto a questo scopo. Si tratta di un modello sorvegliato, distante da ogni cedimento al forestierismo e alle forme popolari: allo stesso tempo, è un italiano distante da ogni eccesso di ricercatezza snobistica». La lingua ufficiale della Chiesa cattolica è il latino, chiaramente solo in forma scritta. Così Rizzi ha illustrato l’uso attuale della lingua italiana nella Curia romana, il cui regolamento generale prevede che, per essere assunti come personale di ruolo nei livelli più alti, sia necessaria la conoscenza dell’italiano. «In pratica – spiega monsignor Rizzi – l’italiano è la lingua più diffusa in tutta la Curia romana, che comprende circa quaranta strutture istituzionali: le bozze e di frequente il testo stesso di molti discorsi pontifici e dei documenti ufficiali della Santa Sede sono redatti in italiano. Anche gli stessi papi, specialmente negli incontri pubblici, adoperano la lingua italiana: nell’udienza generale del mercoledì e in altre udienze speciali, nelle omelie delle celebrazioni liturgiche, nelle parole pronunciate prima dell’Angelus domenicale, nei discorsi più diversi rivolti a gruppi o personalità». Di conseguenza, lo stile dell’italiano curiale presuppone alcuni criteri, elencati nell’intervento di monsignor Rizzi. Il primo è la purezza di lingua: consiste nell’usare parole proprie della lingua, cioè consacrate dall’uso secolare e dall’esempio dei buoni scrittori. «La purezza esige di non mescolare la lingua italiana a elementi che ne mutino le qualità o ne diminuiscano il pregio – aggiunge Rizzi – Si evitano, tra l’altro, i barbarismi o i provincialismi, cioè parole o locuzioni mutuate da un’altra lingua senza un preciso motivo funzionale: flash per lampo, dossier per fascicolo, budget per piano di spesa». Porte chiuse anche agli arcaismi (come “l’augusta parola” del Santo Padre) e ai neologismi (propagandare per divulgare o selfie per autoscatto fotografico). In Vaticano si è poi attenti alla proprietà di linguaggio evitando improprietà o imprecisioni (non “fare un errore”, ma commettere un errore) o contraddizioni (“completamente vuoto”).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: