«Ma perché non lo dici in italiano?»

zopp2Sono 3.500 parole, anzi anglicismi, che usiamo normalmente in un discorso in italiano. Li ha messi assieme un italianista “eterogeno”, Antonio Zoppetti, che, dai tempi pionieristici degli ipertesti continua a indagare l’evoluzione e le implicazioni della lingua italiana. Sempre un po’ di traverso rispetto al “mainstream” (non mi perdonerebbe mai la parola), ma sempre in base a dati statistici che proprio le tecnologie digitali gli hanno permesso di accumulare. Adesso il suo Dizionario della Alternative agli Anglicismi, esce, sia pure in veste ridotta, anche in versione cartacea. Si intitola L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1.800 parole, è pubblicato da Franco Cesati, e tra, puntualità di analisi e ironia, mette a nudo la spesso inutile anglofilia degli italiani.

zoppCerto, in tempi di Brexit e di neo-nazionalismi strampalati (e spesso pericolosi), l’iniziativa potrebbe sembrare sospetta. In realtà Zoppetti avverte che «la lingua si nutre sempre di neologismi e di parole prese da altre lingue. Solo che, se non le si italianizza, come si faceva in passato, o non si usano i termini italiani che esprimono lo stesso concetto, si finisce con impoverirla. Se usiamo soltanto termini inglesi per tutte le novità, l’italiano diventerà obsoleto, come le lingue delle antiche minoranze linguistiche. E sarà sempre più difficile parlarlo».

Intendiamoci, a nessuno, e tanto meno a Zoppetti, salta in mente di tornare alle grottesche traduzioni fasciste, che si trasformarono in forme di violenza contro i nomi delle comunità slave e di lingua tedesca. O in definizioni improbabili: il «cocktail» fu trasformato in «bevanda arlecchina». Ma «sandwich» divenne «tramezzino» e tale è rimasto. A volte l’adozione di un termine straniero dipende dalla felicità dei termini scelti. E dalla novità del fenomeno: il calcio, che gli italiani hanno cominciato ad amare davvero soltanto negli anni Trenta, era raccontato, negli anni Dieci del Novecento, con un profluvio di termini inglesi. Dopodiché si è (anche per ragioni politiche) molto italianizzato. Mentre non ha avuto alcun successo il tentativo di chiamare il rugby «giuoco della Volata».

«La lingua “invadente”», spiega Zoppetti «varia a seconda delle epoche storiche»: nei secoli abbiamo preso dall’arabo, dall’occitano, dallo spagnolo, dal francese, dal tedesco. Negli anni Ottanta del Novecento abbiamo infarcito di “glasnost” e “perestrojka” anche le conversazioni quotidiane. Adesso, nostro malgrado (e stravolgendone il significato) abusiamo di “talebani” e “burqa” (come ha brillantemente raccontato Angiola Codacci Pisanelli in Kepparli arabo? e Di che cosa parliamo quando parliamo di arabi). Dall’esplosione di Internet in poi e ben dopo le ridicole performance di Alberto Sordi ne Un americano a Roma (1954), abbiamo adottato l’inglese senza riserve.

«Ma abbiamo anche inventato di paradossali neologismi», aggiunge Zoppetti a cui proprio «Job Act» proprio non va giù, perché sa di presa in giro. Ma ancora più singolare appaiono espressioni come «baby-pensionato» e l’uso non corretto della parola «footing» per «corsa». Zoppetti ricorda poi come il linguaggio comune usi in genere circa 40mila parole che si aggiungono a 7mila di base. Questo significa che il 4% delle parole comuni è in inglese e il fenomeno è andato accelerando in questi ultimi 30 anni. A volte a fin di bene: dire «single» anziché «zitella» vuol dire aver accettato la legittimità sociale e culturale del nubilato. A volte, soprattutto in informatica e finanza, l’adozione ha nascosto a volte il desiderio di apparire «esoterici» ai non addetti ai lavori. Altre volte non è stata affatto meditata, forse per carenza di traduttori dei libretti di istruzioni. Così è scivolata via liscia.

Ricordo benissimo il mio sconcerto quando, intervistando al telefono un colto professore tedesco, che parlava perfettamente italiano, lo sentii dire:«Aspetti un attimo perché finché non ritrovo il mio topo non posso continuare». Si riferiva al «mouse». Io già immaginavo una biblioteca infestata di roditori.

Che l’uso a sproposito dell’inglese ci renda a volte ridicoli, lo racconta con ironia anche Nicola Stravalaci, nei panni dei professor Stravalcioni, in uno spettacolo scritto e diretto da Francesco Frongia e prodotto dal Teatro dell’Elfo di Milano, La lingua langue. Vestito in abiti simil-Ventennio e con tanto di frustino, Stravalaci-Stravalcioni si accanisce, coinvolgendo (e un po’ maltrattando) il pubblico contro gli errori che facciamo parlando la nostra lingua, dagli accenti ai plurali sbagliati, per non parlare del non-uso del congiuntivo o del suo uso improprio. Alla fine approda con ferocia agli effetti comici dell’itanglese. Lo spettacolo ha debuttato la scorsa estate ed è stato ripreso fino al 25 novembre all’Elfo Puccini.

Valeria Palumbo
Corriere della Sera
24 novembre 2018

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