Le cascine dell’agro mortarese

Dalle cascine di proprietà degli ordini monastici a quelle vendute all’asta durante il regime napoleonico. Luigi Pagetti ha dato alle stampe il libro I cascinali dell’agro mortarese, presentato giovedì 20 dicembre 2018 alla Borsa merci di Mortara. Con il fotoamatore mortarese c’erano gli ex presidi Maria Forni e Giuseppe Zucca. «Con questo libro – spiega l’autore – ho cercato di tracciare il percorso storico per ogni cascinale mortarese attraverso i più antichi passaggi di proprietà, ma anche di far conoscere, tramite documenti d’archivio, la situazione di vita dell’epoca e i rapporti esistenti tra mezzadri, proprietari e il Comune». Questi fabbricati rurali possono essere suddivisi in due categorie: le cascine storiche, esistenti nel Cinquecento, e quelle recenti, costruite nell’Ottocento. Fra le prime rientrano la Vascona (anticamente Guascona), situata lungo la provinciale per Cergnago e presente già nei documenti del 1585, la Barza, lungo la strada per Tromello e citata in documenti risalenti al XII secolo, la Burattina, antica proprietà della nobile famiglia Tignosi, e le attuali frazioni orientali Molino Faenza, Cattanea, Guallina e Casoni di Sant’Albino, proprietà dei conti Cattaneo di Momo.

Mappa Pagetti
La mappa catastale stilata in epoca sabauda (metà Settecento)

Rilevante il ruolo degli ordini monastici e delle abbazie, proprietari di numerose cascine con i relativi terreni: Pagetti, in particolare, cita anche le antiche unità di misura in vigore in Piemonte, cui la Lomellina è appartenuta fino al 1859. Una giornata piemontese equivale a 3.810 metri quadrati ed è suddivisa in 100 tavole, mentre la pertica, usata ancora oggi, vale 654 metri quadrati. Al monastero di Santa Croce, sede dei Canonici Lateranensi noti anche come Mortariensi, appartenevano le cascine Panizzina (292 giornate e 30 tavole), Ballirola (212 giornate e 17 tavole), Careale (150 giornate e 33 tavole), Zermagnona (89 giornate e 86 tavole) e Afficiati (52 giornate e 43 tavole). Al monastero delle Monache Lateranensi sotto il titolo dei santi Ippolito e Cassiano facevano capo le cascine Borghesa inferiore (141 giornate e 80 tavole) e Cerro (89 giornate e 10 tavole), mentre la basilica (collegiata) di San Lorenzo controllava la Barza (219 giornate e 33 tavole) e la Borghesa superiore (112 giornate e 20 tavole). Infine, l’abbazia commendataria di Sant’Albino, risalente ai tempi di Carlo Magno, possedeva quattro possessioni, cioè proprietà terriere (il termine dialettale pusiòn è usato ancora oggi): la prima di 6.864 pertiche e sei tavole, sparse tra le frazioni Sant’Albino, Casoni e cascina Sant’Albino di Mortara, la Chiappona (467 pertiche e 15 tavole), Parona e Medaglia (175 pertiche e 15 tavole) e il Molino di Faenza (674 pertiche e 4 tavole).

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Cascina Barza

«Queste possessioni ecclesiastiche – spiega Pagetti – furono soppresse e vendute all’asta dal governo sabaudo e poi dai francesi tra la fine del Settecento e il 1801: ne approfittarono in particolare i marchesi Isimbardi, i nobili Plezza e i marchesi D’Adda di Pandino». Inoltre, nel libro si parla degli appendizi, prodotti agricoli che il contadino era tenuto a fornire al padrone. Alla Chiappona, circa 700 pertiche affittate a tre lire e sette soldi la pertica per anno, il possidente milanese Giovanni Buttintrocchi richiedeva come appendizi dieci paia di capponi e dieci di polli, 15 dozzine di uova d’oca, una forma di formaggio, un vitello a Pasqua, venti forme di burro, fagioli, ceci, un animale grasso a Natale, trenta piccioni, 25 lingue salate e tre bottali di vino. Infine, Pagetti cita i bandi campestri del 1727, simili ai regolamenti di polizia rurale in uso oggi.

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