Cesare Forni, lomellino a tutto tondo

Cesare Forni figlio ed espressione diretta degli agrari lomellini. Cesare Forni dissidente, ma dentro dì sé mussoliniano. Cesare Forni non politico, ma “magnifico uomo da cazzotti”. La figura del ras fascista che fra il 1921 e il 1922 distrusse le leghe contadine rosse della Lomellina e che nel 1924 osò sfidare Mussolini sarà ripercorsa venerdì 29 marzo da Pierangelo Lombardi, autore del libro “Il ras e il dissidente”, pubblicato nel 1998 da Bonacci. A 21 anni di distanza Lombardi, direttore dell’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, torna ad analizzare la figura di un lomellino che, solo per pochi mesi, fu uno dei più stretti collaboratori del duce del fascismo.

Lombardi, dalla pubblicazione del libro ha trovato nuovi elementi significativi sulla figura di Forni?

«Le linee interpretative generali non mutano. A me pare ancora illuminante se vogliamo capire il processo che portò all’avvento e al consolidamento del fascismo al potere proprio il “paradigma pavese” o meglio lomellino-pavese. Ancor più illuminante di paradigmi ben più noti, conosciuti e celebrati (Bologna, Ferrara, Cremona). Forni dapprima è l’organizzatore del fascismo pavese nella fase decisiva dell’avvento al potere e poi sarà l’unico dissidente a essere eletto deputato nel 1924.

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Cesare Forni

Ma, soprattutto, Cesare è figlio di agrari. E questa è già una bella novità rispetto alle biografie di tanti ras locali, di estrazione urbana e piccolo borghese. Il fascismo pavese, quando era nato nel 1919 nell’aula VI dell’Università, era un fenomeno cittadino e universitario, venato di echi garibaldini, combattentistici e repubblicani. Dopo la sconfitta nelle elezioni del 1919 il fascismo non aveva quasi più dato segni di vita, ma decollerà solo quando saprà, con decisione, imboccare la strada dello squadrismo e della violenta reazione agraria. Lo scontro frontale e decisivo è nella pianura irrigua a nord del Po. Cesare Forni, figura di punta del potente clan familiare, è il capo indiscusso e la sua leadership trova in quell’universo forza e radici».

Pensando alla sua presenza in camicia nera alla Camera nel 1924, dopo l’aggressione subita a Milano, Forni era più mussoliniano o più fascista?

«Forni resterà fascista convinto e mussoliniano, non senza qualche elemento di ambiguità a partire soprattutto dal 1925. La camicia nera alla Camera del 1924 ha il sapore della nostalgia e della provocazione insieme. Era un fascista che si nutriva della mentalità tipica dello squadrismo vittorioso. Se l’azione fascista per lui si era risolta nell’efficacia del gesto squadristico, a maggior ragione la difesa dello squadrismo nazional-rivoluzionario avrebbe dovuto continuare a costituire il metro esclusivo anche per la nuova politica fascista. Per lui la normalizzazione non poteva che essere di segno fascista, al di fuori da ogni politica collaborazionista. La sua denuncia della “Roma fangosa e niente affatto purificata” è indirizzata alla cricca del partito. Mussolini restava al di sopra di ogni sospetto e accusa. La contrapposizione tra Mussolini e il partito, vero oggetto della polemica dei dissidenti, sarà, almeno fino al 1924, un autentico leit motiv del fascismo dissidente. I dissidenti, e Forni con loro, perseguiranno sempre il disperato tentativo di distinguere il fascismo dal suo capo. Del resto, in conclusione del suo discorso alla seduta inaugurale della Camera, Forni dichiara il sostegno al governo, sorretto da nessun’altra motivazione che non fosse la fiducia in Mussolini, non sapendo trarre le ovvie conseguenze dopo i rilievi critici espressi in tutto il discorso».

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Forni (a destra) esce da palazzo Marino, a Milano

Un pregio e un difetto, politici e personali, del ras mortarese?

«Restano illuminanti le valutazioni formulate nel 1925 dal vigevanese Salvatore Bianchi Martina, cui la dichiarata presa di posizione antiforniana non impedisce di mostrare un’acuta capacità di giudizio che va a investire, più in generale, la figura del ras lomellino. Soldato valoroso, Forni non era “l’uomo diplomatico” di cui aveva ormai bisogno “la politica mutata della nuova gente”, quando, venendo meno “la fase reazionaria” del fascismo, non era più necessario “radere al suolo o misurarsi in campo aperto”. Una volta conquistato il potere, mal si adattava alla mutata situazione la sua tempra di soldato e di capo di squadre e di soldati pronti a menar le mani. Alfredo Misuri lo definì “un magnifico uomo da cazzotti”: non certo l’uomo più idoneo a dirigere le sorti di una battaglia aspra e difficilissima nella quale occorrevano, ormai, arte politica e diplomatica».

La conferenza di Lombardi si terrà venerdì, alle 21.15, alla “Torretta” del ristorante Canaja di via Cavour. Organizza l’associazione Brunoldi Ceci, guidata da Narciso Cominetti e dal figlio Gianluca, con il patrocinio dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino.

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