Chi comanda? Novalesa o Breme?

Val Cenischia, a pochi passi dal Monginevro.

Entriamo con discrezione nell’antica abbazia benedettina dei santi Pietro e Andrea, nota come della Novalesa, e in portineria chiediamo di padre Daniele Mazzucco, direttore del laboratorio di restauro dei libri. «Non riesco a trovarlo al telefono – rivela il portinaio, che gestisce il piccolo negozio abbaziale – Potete aspettarlo?». Così, nell’attesa, ci aggreghiamo furtivamente a un gruppo di pellegrini romani, arrivati con qualche comprensibile difficoltà fino all’angusto piazzale dell’abbazia. La guida turistica è molto loquace e simpatica. Quando svelo che arriviamo dalla Lomellina, i suoi occhi s’illuminano. «Siamo venuti a Breme qualche anno fa, in occasione della Sagra della cipolla rossa – ricorda – Poi ovviamente abbiamo visitato l’ex abbazia benedettina di San Pietro, figliata dalla nostra Novalesa e con cui i rapporti nei secoli non sono sempre stati cordiali».

abati
Adraldo ai piedi di Eldrado

Non conoscevo i dettagli di questo rapporto secolare a distanza: Novalesa sulle Alpi, Breme nella pianura della Lomellina a poca distanza dal Po. Entrati nella cappella di sant’Eldrado, il legame fra Val Cenischia e Lomellina appare nitido. Sotto le figure dei santi patroni Eldrado e Nicola sono raffigurati due monaci, prostrati in atteggiamento di preghiera: a destra si nota Adraldo, abate di Breme che commissionò gli affreschi della cappella.

Rientrati in portineria, troviamo padre Daniele ad attenderci. «Le porto i saluti del sindaco di Breme, Berzero – dico – Per noi lomellini è molto emozionante essere qui alla Novalesa, da cui si originò l’abbazia di Breme». «Ma non ci sono elementi per affermare questo», ribatte padre Daniele. Tento di ribattere, ma il monaco non demorde smantellando le nozioni storiche apprese diversi anni fa. Ci rimango male, saluto mestamente e mi allontano. Entro nella chiesa abbaziale, dalle cui navate viene diffuso un canto polifonico.

Tornato a casa, apro il sito dell’abbazia (http://www.abbazianovalesa.org/). L’occasione è buona per capire la storia.

Scopro così che il 30 gennaio 726 il nobile franco Abbone fonda su terre di sua proprietà un monastero che intitola ai santi Pietro e Andrea, dove i monaci organizzano una casa di accoglienza per i pellegrini e i viandanti. Sant’Eldrado, abate dall’825 all’845, durante il regno di Ludovico il Pio riceverà l’ospizio del Moncenisio e il priorato di Pagno, presso Saluzzo.

Novalesa chiesa
La navata centrale della chiesa abbaziale della Novalesa

Verso il 906 una schiera di saraceni, sbarcati nell’attuale Saint Tropez, punta sull’abbazia di Novalesa. L’abate Donniverto con la maggior parte dei monaci, riesce a mettersi in salvo a Torino, nella chiesa dei santi Andrea e Clemente, portando con sé gli oggetti più indispensabili e i codici della biblioteca. Fortunatamente i profughi trovano il favore di Adalberto, marchese d’Ivrea che, qualche anno dopo, offrirà loro le corti di Breme e di Pollicino, in Lomellina. Qui, probabilmente durante il governo dell’abate Belegrino (955-972), si trasferirà la maggior parte della comunità. Passata la burrasca, anche il monastero di Novalesa è riaperto, ma solo come casa dipendente da Breme.

Nel XII secolo il monastero di Novalesa non appare che una delle più importanti case soggette all’abbazia di Breme, la quale attraversava allora uno dei suoi più splendidi periodi. Tra l’altro il suo abate esercita giurisdizione ecclesiastica su parrocchie, chiese e borgate di gran parte del Nord Italia.

Ma qui mi sovvengono le parole della guida turistica. Sul sito si legge che i rapporti tra il priorato di Novalesa e l’abbazia di Breme sono tutt’altro che pacifici. La prima aspira a rendersi indipendente, giustificando la sua pretesa con l’antichità delle sue origini e con il suo passato glorioso. Il priore continua a prestare giuramento di obbedienza all’abate di Breme, ma i tentativi di rendersene indipendente continuano, approfittando specialmente dei momenti di crisi. Proprio allora almeno due volte, nel 1213 e nel 1222 l’abbazia di Breme è devastata dai Milanesi. Tra i monaci di Novalesa e quelli di Breme si giunge perfino a un lungo processo: i primi dovettero accontentarsi per il momento soltanto dell’autonomia amministrativa.

Nel XIV secolo l’abbazia di Breme è in decadenza, ma anche il priorato di Novalesa è in crisi. Solo nel 1599 il monastero novalicense otterrà da papa Clemente VIII il ripristino del titolo di abbazia, di cui si orneranno solo i commendatari: alla guida diretta dei monaci continuerà un loro confratello con il titolo di priore.

Abbazia
La facciata dell’ex abbazia benedettina di Breme

Ora apro il sito del Comune di Breme (http://www.comunebreme.it), dove si legge che «la storia dell’abbazia benedettina di Breme è legata a quella della celebre abbazia di Novalesa, fondata nel 726». Dopo la fuga a Torino, il marchese d’Ivrea Adalberto (padre del futuro re d’Italia Berengario II) donò ai benedettini la chiesa di Sant’Andrea in Torino (oggi santuario della Consolata) e le “curtis” di Breme e di Pollicino, oggi nei terreni della cascina Rinalda, oltre a numerosi territori sparsi in Piemonte, Liguria e Lombardia occidentale. La donazione sarà ratificata il 24 luglio 929 da re Ugo a Pavia.

Breme pollicino
La millenaria chiesetta di Pollicino

A Breme Donniverto, ultimo abate di Novalesa e primo di Breme, edificò un monastero intitolato a San Pietro, come quello abbandonato in Val Cenischia.

Intorno alla metà del X secolo l’edificio doveva essere pressoché terminato: a quest’epoca risale anche la costruzione della cripta tuttora esistente. Il fatto che la comunità benedettina si fosse trasferita a Breme non comportò l’abbandono del sito originario dell’abbazia. Una volta cessato il pericolo saraceno, l’abate Gezone si preoccupò di restaurare gli edifici della Novalesa e nel 998 ottenne dall’imperatore Ottone III un diploma, in cui si confermavano all’abate di Breme le donazioni più recenti e i possedimenti di pertinenza dell’antica abbazia. Da allora Breme e Novalesa furono un organismo unico, tanto che gli abati si nominavano «abate di Novalesa e di Breme».

Come già detto, dal punto di vista giurisdizionale l’abbazia di Breme fu «libera», in quanto svincolata dal potere dei vescovi e dalla giurisdizione delle diocesi, soggetta unicamente al papa e all’imperatore. Il declino dell’abbazia iniziò nel 1306, quando Breme fu assediata e presa dalle milizie di Galeazzo Visconti, e proseguì nel tempo per la decisione dei duchi di Milano di impiantarvi fortificazioni a difesa della sponda lombarda del Po, così da trasformare Breme in un presidio militare e quindi determinarne il degrado quale centro di vita civile e religiosa.

Nel 1542 i monaci benedettini si trasferirono nell’abbazia di Sant’Alberto di Butrio, nella Valle Stàffora in Oltrepò Pavese, e al loro posto s’insediarono gli Olivetani, altro ramo della famiglia benedettina. In conseguenza del loro arrivo, il titolo di abate fu soppresso e i beni dell’abbazia furono uniti a quelli di San Bartolomeo della Strada di Pavia. Agli Olivetani si deve la costruzione dell’edificio attuale e dell’artistico campanile, avvenuta alla metà del XVI secolo. Il monastero sarà radicalmente restaurato dopo la distruzione della fortezza, intorno al 1650.

Il declino era però inarrestabile: il colpo di grazia fu dato dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I, che nel 1784 decretò la soppressione dell’abbazia e l’incameramento dei suoi beni da parte dello Stato. Sotto il Regno italico di Napoleone Bonaparte la chiesa abbaziale, già diroccata e pericolante, fu abbattuta.

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