Addio Vilma, eri la mondina più amata!

Valle e la Lomellina perdono uno dei suoi simboli. Vilma De Giorgi, ex componente del gruppo vocale delle Mondine di Valle, è morta nella sua casa di viale della Lomellina all’età di 95 anni, dov’era accudita dalla figlia Mirella. Il funerale è stato celebrato mercoledì 9 ottobre nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo.
L’ex mondina ha rappresentato per molti anni l’anima della Lomellina più autentica: quelle delle mondine chine sull’acqua stagnante della risaia che intonavano canti spensierati e dissacranti per allontanare la fatica.

Di seguito un mio servizio uscito nel 2012.

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Vilma De Giorgi durante un’intervista alla biblioteca di Valle Lomellina

«Quando passo vicino a una risaia e vedo quella pianta infestante, il crodo, soffocare le piantine, mi viene voglia di saltare dentro e di tornare a mondare». Vilma De Giorgi osserva con malinconia quella risaia che, per più di mezzo secolo, ha rappresentato la sua vita quotidiana, la sua fonte di reddito, il sacrificio e il sudore, ma anche l’amicizia e i canti intonati con le colleghe chine sull’acqua stagnante. Oggi Vilma ha 88 anni e una montagna di commoventi ricordi legati al mestiere della mondina reso celebre da Silvana Mangano nel film “Riso amaro”.

La vita di Vilma dalla prima stagione della monda, nel lontano 1938, fino alla travolgente avventura del Coro delle mondine di Valle Lomellina nato nel 1992, che in una sera amarcord ha commosso centinaia di milanesi stipati nello strehleriano Piccolo Teatro, per riportare in vita un immenso patrimonio di canti e di stornelli di risaia altrimenti destinati all’oblio.

Vilma, come migliaia di sue coetanee nate e cresciute in famiglie che convivono con la miseria, si è abituata al lavoro della campagna a soli 13 anni. Il papà Carlo e la mamma Angela sanno che Vilma, con il fratello Franco e la sorella Bice, può contribuire a rendere meno penosa l’esistenza della famiglia grazie alla paga, sia pur meschina, guadagnata nei campi. «Mi hanno mandato a raccogliere l’erba per le oche perché non si poteva lavorare in risaia prima di aver raggiunto i 14 anni – racconta. – Io, comunque, sapevo che il mio futuro si sarebbe scritto in risaia: è stato così per mia madre e per le mie nonne prima di me. Sei giorni la settimana con le gambe nell’acqua della risaia con zanzare, tafani, bisce e sanguisughe a renderci ancora più ingrata la giornata di lavoro, per cui ricevevamo 400 lire. Prima la cascina Gargana e poi la cascina Bazzana sono state la mia seconda casa per più di mezzo secolo».

 

 

Con Marta Marzotto
Il Coro delle mondine di Valle Lomellina “diretto” da Marta Marzotto. Vilma è la quarta da sinistra.

L’adolescenza trascorre fra i canonici 40 giorni della monda, fra giugno e luglio, e il moroso. Per Vilma si tratta di Pietro Ribalzetti, operaio alla Curti Riso, simbolo industriale della Lomellina capace di coltivare, ma anche di trasformare e di impacchettare il Carnaroli e il Baldo. « Frequentavo Pietro ancora di nascosto mentre l’Italia entrava in guerra – aggiunge. – Io e mia sorella Bice avevamo una bicicletta in due. Lei mi minacciava: “Se la domenica non mi lasci la bicicletta, spiffero tutto alla mamma di te e di Pietro”. E io dovevo girare a piedi ». Nel 1945 arrivano le nozze, che saranno allietate dalla nascita di Mirella e di Franco. Nemmeno la maternità, però, allontana Vilma dalla risaia: « Ci facevano lavorare fino a una settimana prima del parto. E poi non c’erano i mesi dell’allattamento come succede oggi: pochi giorni di riposo e poi ancora in campagna. Fra l’altro, parte della paga era destinata alla balia che doveva occuparsi dei miei figli: in sostanza, mi rimaneva solo il compenso di quattro giorni su sei». Il bilancio familiare spesso in rosso imponeva occupazioni straordinarie: le donne, in agosto, venivano chiamate a tagliare l’erba sulle rive dei fossi e, a settembre, per la raccolta del tabacco o per la vendemmia dell’uva. Si raggiungevano vigneti lontani decine di chilometri, come quelli sulle colline monferrine di Grazzano Badoglio.

Dell’iconografia della mondina lomellina, dipinta sempre come vitale ed esuberante, fanno parte anche gli scioperi. Le rivendicazioni salariali erano stroncate dalla Celere, il reparto mobile della Polizia creato per ristabilire l’ordine pubblico nel periodo caotico dell’immediato dopoguerra. «Un anno abbiamo chiesto 1.000 lire e un chilogrammo di riso in più al giorno, ma il padrone ha fatto intervenire la Celere – ricorda. – I poliziotti ci hanno caricate sulle camionette e ci hanno trasportato a Pavia. Poi, per fortuna, è intervenuto il sindaco di allora e siamo state rilasciate».

Gli orari imposti dai padroni erano massacranti. La squadra di mondine veniva accompagnata fra le piantine di riso all’alba, verso le 6.30: alle 8.30 una fugace colazione con pane e cipolla e a mezzogiorno il pranzo, altrettanto frugale, in aperta campagna. «Il padrone ci concedeva un’ora e mezza per mangiare, ma una buona parte del tempo veniva utilizzata per tagliare l’erba che avrebbe sfamato gli animali da cortile», precisa. Alle 17 il ritorno a casa. La giornata di sabato era diversa dalle altre: una mondina, a turno, veniva spedita in paese per accordarsi con un ciacarè, proprietario che coltivava poche pertiche di terra con i familiari.

I padroni, che in Lomellina appartenevano alla categoria dei fittabili, affittuari residenti in cascina o in paese, sapevano che il canto avrebbe favorito la produttività mantenendo costante il ritmo della mondatura del riso. La tradizione popolare degli stornelli e degli strambotti di risaia è immensa. I contenuti dei testi sono sarcastici, erotici (L’altar dì son andai a Sant’Angiäl), spesso prendono di mira il padrone in una sorta di dissacrante rivendicazione sindacale. «Ci siamo esibite sui palchi di tutto il Nord Italia: ho ancora nelle orecchie gli scroscianti applausi e davanti agli occhi le lacrime del pubblico milanese accorso al Piccolo Teatro – dice con gli occhi bagnati dall’emozione, – Ci hanno chiesto il bis di “Bella ciao”, quella delle mondine, e poi, non contenti, non volevano più farci scendere dal palco. Quello è stato un periodo felice, anche perché il nostro gruppo ha sempre cantato per beneficenza raccogliendo complessivamente, all’anno dello scioglimento, nel 2007, circa 30.000 euro».

Vilma è davvero l’ultima mondina della Lomellina, custode di una memoria collettiva carica di dignità e di senso di appartenenza. Ancora all’età di 65 anni mondava il riso alla cascina Gargana; poi i risotti con le rane cucinati per le feste di piazza e le padelle da lavare a mano. Fino a quattro anni fa, Wilma si occupava dell’abitazione dei proprietari di cascina Strada: «Otto chilometri in bicicletta, e qualche volta a piedi, dal paese alla cascina: in confronto alla risaia, una bazzecola».

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