In calo i risi da risotto, secondo le stime dei produttori

Carnaroli e Arborio in calo, mentre aumentano in modo considerevole i risi tondi come Selenio e Centauro. Questo il quadro che emerge dalla stima delle superfici coltivate a riso in Italia sulla base delle denunce pervenute dai produttori fino al 20 luglio scorso. Le cifre pubblicate dall’Ente nazionale risi sono commentate così da Francesco Bergamasco, risicoltore a Olevano di Lomellina e consigliere della sezione Riso di Confagricoltura Pavia: «Credo che sia la legge del mercato. I produttori preferiscono varietà che l’anno scorso avevano garantito quotazioni dignitose». Dunque il Carnaroli, il re dei risi da risotto, scende da 18.700 a 17.800 ettari e l’Arborio da 21.800 a 19.400 ettari: al contrario, il Baldo, altro riso superfino, sale da 10.900 a 13.600 ettari e il Roma da 8.700 a 10.200 ettari. Da primato l’avanzata del Selenio, riso tondo che cresce da 16.200 a 20.400 ettari (26%), e del Centauro da 10.800 a 12.800 ettari (18%). L’incremento dei risi tondi, chiamati anche comuni, è consolidato dalla categoria “Altri tondi”, che aumenta del 27,8%, da 26.800 a 34.300 ettari. Fra i risi medi, in aumento il Vialone nano, da 3.400 a 4mila ettari. «Ormai – spiega Bergamasco – è risaputo che la quotazione non è remunerativa sotto i 40 euro al quintale: prendiamo per esempio i risi Lungo B, che dovrebbero subire un tracollo non indifferente, da 52.900 a 42.700 ettari, cioè quasi meno il 20%. Questo perché un anno fa i prezzi all’origine erano bassi, circa 27 euro al quintale. Oggi in Lomellina il riso è rimasto l’unica coltura redditizia: il mais da granella è quasi sparito anche a causa delle aflatossine, c’è rimasto solo il mais da trinciato. Ridotte anche le superfici a grano, orzo e soia, anche perché non è più utilizzata la pratica della rotazione fra le colture». Da non sottovalutare, poi, la questione del commercio internazionale che coinvolge direttamente le aziende produttrici della Lomellina, prima zona europea con il Pavese. «Ormai – dice ancora Bergamasco – arriva riso già lavorato dall’estero, che rappresenta un danno sia per le industrie sia per le aziende agricole: noi, però, ci chiediamo se il prodotto che arriva dall’Asia rispetti le normative igienico-sanitarie in vigore in Italia. E poi c’è l’incognita della Brexit: affinché il nostro riso possa continuare a essere esportato nel Regno Unito dev’essere esente da dazio. Allo stesso tempo è indispensabile evitare che il prodotto importato nel Regno Unito a dazi inferiori possa essere riesportato dal Regno Unito verso l’Unione Europea».

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Anche l’Associazione industrie risiere italiane (Airi) interviene nel dibattito sul regime necessario per il post Brexit. Nel maggio scorso il governo di Londra aveva pubblicato i dazi all’importazione dal resto del mondo che si applicheranno dal 1° gennaio 2021: per una tonnellata di risone, cioè riso bianco ancora da lavorare, si dovranno pagare 195 euro a fronte degli attuali 176. Per entrare nell’Ue, invece, una tonnellata di riso ha un dazio pari a 211 euro. Per il riso lavorato si passa da 121 a 134 euro, mentre l’Ue fa pagare da 145 a 175 euro la tonnellata. Il Regno Unito non produce riso e consuma circa 380mila tonnellate, di cui 160mila importate dall’Ue e il resto dall’Asia. «Dopo Francia e Germania – spiega Mario Francese, presidente Airi e amministratore delegato della Euricom (Curti riso) di Valle Lomellina – il Regno Unito è il terzo mercato di sbocco per il riso italiano. Nelle ultime tre campagne l’Italia ha venduto nel Regno Unito quantitativi compresi tra 65mila e 80mila tonnellate, che rappresentano circa l’8% della produzione italiana. Il mantenimento di questo mercato di sbocco per il riso italiano è indispensabile per evitare una crisi del settore. Il riso coltivato nell’Ue ha costi più elevati rispetto al riso prodotto nell’Estremo Oriente, contro cui non può competere senza un’adeguata protezione tariffaria».

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