Cimbri e Tèutoni minacciano Roma (e la Lomellina)

Dal capitolo “I Cimbri, un popolo annientato” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Alla fine del II secolo a. C. Roma è minacciata da due popolazioni di stirpe germanica, i Cimbri e i Tèutoni. Riappare lo spettro dei Galli di due secoli prima, tanto coraggiosi da valicare il baluardo naturale rappresentato dalle Alpi, invadere la pianura padana e assalire direttamente il Campidoglio.

Cimbri teutoni
Dipinto raffigurante Cimbri e Teutoni

« Le fonti antiche indicano la loro sede originale nel nord dello Jutland, nell’attuale Danimarca, che per tutta l’antichità sarà chiamata la penisola cimbra (Chersoneso cimbrico). Nel 113 Cimbri, Tèutoni e Ambroni migrano a sud-est e spuntano nel Norico, regione corrispondente all’attuale Austria centrale, a parte della Baviera, alla Slovenia nord-occidentale e a parte dell’arco alpino italiano nord-orientale. Invadono le terre di una tribù alleata di Roma, i Taurisci, e a Noreia sconfiggono le legioni al comando del console Gneo Papirio Carbone: solo una tempesta che separa i combattenti salverà le forze romane dalla distruzione completa. La strada verso l’Italia è aperta, ma i Cimbri si rivolgono a ovest verso la Gallia. Di qui in avanti le strade delle legioni di Roma saranno lastricate di disfatte. Nel 109 i Cimbri sbaragliano due eserciti consolari: prima quello di Marco Giunio Silano, comandante della Gallia Narbonense, poi quello di Gaio Cassio Longino, ucciso a Burdigala, l’attuale Bordeaux. Due anni dopo, i Romani lasciano il campo ai Tigurini, alleati dei Cimbri. Nel 105 l’esercito al comando del console Gneo Manlio Massimo e di Quinto Servilio Cepione, eletto proconsole per la Gallia Narbonense, si scontra contro gli eserciti riuniti di Cimbri, Tèutoni, Ambroni e Tigurini. Il primo combattimento si svolge a sessantacinque chilometri a nord di Arausium (l’attuale Orange), dove Marco Aurelio Scauro, alla testa di 5.000 cavalieri, ingaggia una prima battaglia venendo battuto dalle avanguardie nemiche. Negli scontri successivi i barbari annientano le nove legioni di Manlio e le sette di Cepione. Restano sul campo 112.000 soldati, di cui 80.000 romani e italici. Roma è nel panico e da allora il terror cimbricus diventa proverbiale ».

Tutti si aspettano di veder spuntare il fantasma di Brenno alle porte della città. Quali misure adotta il Senato per contrastare l’orda barbarica?

« Per il momento ritiene sufficiente assoldare gruppi di gladiatori per addestrare i legionari al combattimento in mischia e vietare l’uscita dai porti italiani di chiunque avesse meno di trentacinque anni. Nel 104 il console Gaio Mario passa le Alpi per sedare le ribellioni scoppiate fra i popoli alleati, che accusano Roma di mancata protezione contro i Tèutoni, rimasti a far razzie in Gallia mentre i Cimbri avevano preferito invadere la penisola iberica. Con Mario c’è Lucio Cornelio Silla, che il Senato ha nominato suo legato. Anche in Gallia, come già successo in Numidia durante la guerra giugurtina, la rivalità fra i due uomini emerge senza freni. Pare che Silla si fosse distinto nella cattura del capo dei Galli Tectosagi, ma che il successo non avrebbe comportato una gratificazione: al contrario, Mario degraderà Silla a tribuno militare. Intanto, la minaccia barbarica induce il popolo romano a rinnovare la carica di console per l’anno 103 a Mario violando così la legge che vieta la reiterazione della massima carica repubblicana. Il generale arpinate, che ha il compito di continuare la campagna contro i Cimbri e i Tèutoni, riceve l’appoggio del popolo, contrario ad assegnare la guida delle legioni a rappresentanti dell’oligarchia, che negli anni precedenti si erano dimostrati impreparati e che erano stati accusati delle disfatte in terra gallica. »

Fondamentale risulta anche la riforma militare imposta da Mario, che per la spedizione in Africa settentrionale aveva raccolto un esercito affidandosi all’arruolamento volontario. Questo è il primo atto di una più vasta riforma che il console riuscì a portare a compimento attorno al 104.

Mulo di Mario

« Fino ad allora, l’esercito romano era stato una sorta di guardia civica. Le legioni erano composte di contadini-soldati reclutati in base al censo minimo, già ridotto a 1.500 assi, e pronti a tornare all’aratro al termine delle campagne militari. Mario, invece, rinforza i reparti con nuovi arruolamenti aperti a tutti attraverso il reclutamento su base volontaria: l’homo novus di Arpino non esita ad attingere ai cives proletari nullatenenti e alle popolazioni italiche alleate dando vita al primo esercito professionale della storia romana. In questo modo i soldati sono vincolati alla paga e alla spartizione dell’eventuale bottino di guerra, anche sotto forma di terreni da coltivare. Anche l’addestramento diventa più severo e uniforme, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza. Dalla divisione in astati, principi e triari si passa allo schieramento fondato sulla coorte, formata da seicento uomini e suddivisa in tre manipoli da duecento uomini, a loro volta formati da due centurie da cento. È migliorato anche l’equipaggiamento. La fanteria è dotata di pilum (giavellotto leggero), in sostituzione dell’asta, di un gladium (spada corta a doppio taglio e da punta) e di un pugnale. In particolare, il nemico non avrebbe potuto riutilizzare il pilum per via di un ingegnoso dispositivo. L’arma, costituita da un’asta di legno e da una parte in metallo prima della punta vera e propria, nel punto di giunzione tra i due materiali ha due rivetti di ferro, uno dei quali Mario fa sostituire con il legno. Una volta infisso nello scudo avversario, il rivetto ligneo si spezza all’impatto lasciando il giavellotto penzolante in due tronconi. La difesa è affidata a uno scudo rettangolare ricurvo, mentre delle spalliere metalliche si comincerà a fare uso solo dopo la vittoria sui Cimbri e sui Tèutoni.

Da allora i legionari saranno chiamati “muli di Mario”, per via delle estenuanti marce di addestramento, ma soprattutto dello zaino contenente una sorta di dotazione di sopravvivenza del peso di circa quaranta chilogrammi, considerata rivoluzionaria ai tempi. Un legionario deve trasportare brandina, mantello, razioni di grano e gallette per tre giorni, una lattina di bronzo per il rancio, un pentolino per l’acqua e una serie di strumenti necessari per erigere terrapieni, scavare fossi e fortificare l’accampamento.

Duplice l’esito provocato dalla riforma militare mariana: da una parte, la macchina da guerra si rafforza in un periodo critico per Roma, dall’altra con la specializzazione dell’esercito e con la promessa del bottino di guerra, gli eserciti si legheranno sempre più alla figura del comandante. Di fatto inizia qui l’irreversibile crisi della Repubblica romana ».

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