Caio Mario, il salvatore di Roma (e della Lomellina)

Dal capitolo “I Cimbri, un popolo annientato” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda

Siamo verso la fine del 103. Mario è a Roma per assicurarsi una nuova elezione al consolato, quando giunge la notizia che i Cimbri e i Tèutoni, dopo alcune sconfitte subìte in Spagna e in Boemia, si stanno riunendo. Dove si dirigerà questa orda composta di centinaia di migliaia di persone di ogni età, la maggior parte delle quali in armi?

« Le tribù germaniche si dividono in tre schiere distinte. I Tèutoni puntano sulle Alpi Marittime, i Cimbri sulle Retiche e i Tigurini sulle Giulie, ma non contemporaneamente. La disgregazione lascia intuire una mancanza di strategia e di obiettivi comuni: come già i Galli nei secoli precedenti, questi barbari non aspirano a invadere la penisola per conquistare Roma, ma si limitano a saccheggiare e a razziare. Mario potrà così colpirli uno per volta. Nel 102 i 100.000 guerrieri tèutoni, appoggiati dagli Ambroni, si fermano lungo il Rodano, alla confluenza con l’Isère: Mario li fronteggia con 32.000 uomini in una località chiamata Aquæ Sextiæ (l’odierna Aix-en-Provence). Dopo la vittoria ottenuta in due distinte battaglie e la cattura del re tèutone Teutobod, il console sceglierà le armi più scintillanti per adornare il trionfo e brucerà le altre in un grande rogo. Mentre Mario getta la torcia sul cumulo delle armi nemiche, un paio di messaggeri giunti da Roma gli annunciano l’elezione al consolato, il quinto, per l’anno 101.

Intanto, con una marcia abbastanza rapida considerata la pesantezza del convoglio, i Cimbri attraversano la Svizzera e parte dell’Austria scendendo dalle Alpi lungo il Brennero. Quinto Lutazio Càtulo immagina di poterli fermare sull’Adige, nelle vicinanze di Trento, ma, a causa della sua imperizia in materia di strategia militare, è costretto ad attestarsi a sud del Po per difendere le terre cispadane. Mario è già a Roma per celebrare il trionfo sui Tèutoni, ma non esita a raggiungere il collega mentre le sue legioni si spostano in Piemonte per unirsi a quelle di Càtulo, con cui formano un baluardo armato di 52.300 uomini. L’incontro fra i 32.000 legionari di Mario e i 20.300 di Càtulo avviene in un punto imprecisato lungo il Po, su cui torneremo. Silla, intanto, approfitta dell’unione dei due eserciti per liberarsi dell’egida di Mario, da cui lo divide una crescente, profonda antipatia, per unirsi a Càtulo, di cui diviene uno dei più importanti luogotenenti. I due eserciti nemici rimangono diversi giorni a studiarsi senza attaccare. Iniziano le trattative. Gli ambasciatori cimbri raggiungono il quartier generale romano per chiedere che sia assegnata loro la regione in cui si trovano e che Roma li accolga fra i popoli della penisola, ma il console lo schernisce. II complesso di superiorità dei Romani, dopo le vittorie ottenute contro Cartagine e in Grecia, è diventato un habitus mentale ricorrente, così come l’incontestabile fiducia nel valore e nella capacità di manovra dei legionari. Di contro, Roma ha imparato da tempo che i barbari mostrano solamente coraggio individuale, ma nessuna disciplina né compattezza dei reparti.

Mario & teutoni
Caio Mario brucia le armi dei Tèutoni

Ecco il racconto di Plutarco: “Questi [i Cimbri, nda], dicendo di attendere i Tèutoni e d’essere meravigliati del loro ritardo, differivano la battaglia, o perché realmente ignoravano la loro distruzione, o perché volevano far mostra di non credervi. In effetti, maltrattavano duramente quelli che ne portavano loro notizia e mandarono a chiedere a Mario, per se stessi e per i loro fratelli, terra e città sufficienti per stabilirvisi. Mario chiese agli ambasciatori chi fossero i loro fratelli ed essi risposero che erano i Tèutoni. Allora tutti si misero a ridere e Mario rispose in tono di scherno: ‘Non preoccupatevi dunque dei vostri fratelli: essi hanno la terra che abbiamo dato loro e la conserveranno per sempre’. Gli ambasciatori, non comprendendo l’ironia, l’insultarono dicendogli che ne avrebbe pagato il fio ai Cimbri subito, ai Tèutoni quando fossero arrivati. ‘Ma essi sono qui e non starebbe bene che ve ne andaste prima di aver abbracciato i vostri fratelli’. Ciò detto fece portare i re Tèutoni incatenati; essi erano stati catturati dai Sequani mentre fuggivano tra le Alpi”.

L’insulto colpisce al volto il re dei Cimbri, Beorice, che avanza a cavallo verso l’accampamento romano sfidando Mario a fissare il giorno e il luogo per scendere in campo e combattere per il possesso della regione. Il console, che non aspetta altro, gli dà appuntamento tre giorni dopo in una pianura chiamata Campi Raudii ».

In attesa di discutere sul punto più o meno esatto dello scontro fra Romani e Cimbri, soffermiamoci sullo svolgimento della battaglia. È il 30 luglio, giorno in cui la meteorologia ricoprirà un ruolo fondamentale.

« Quel poco che sappiamo ci è stato tramandato da Plutarco, che a sua volta si basò sulle memorie di Silla, che come noto era l’acerrimo nemico del console di parte popolare e che nell’occasione è al comando della cavalleria romana e degli alleati italici. L’esercito di Càtulo, da cui Silla non si stacca per un attimo, è schierato al centro, mentre sulle ali si posiziona Mario, convinto che il combattimento si sarebbe risolto soprattutto sui fianchi e che in questo modo avrebbe acquisito tutto il merito della vittoria. Nelle intenzioni, i veterani della battaglia di Aquæ Sextiæ devono costituire le ganasce della morsa entro cui sarebbero rimasti schiacciati i guerrieri barbari. Sul fronte cimbrico, la fanteria forma uno sterminato quadrato di cinque chilometri per lato, in cui le prime file sono tenute insieme da pesanti catene di ferro per evitare che l’allineamento sia spezzato. La prima azione porta la firma dei 15.000 cavalieri dotati di armatura pesante, Boiorice e il suo stato maggiore hanno immaginato di facilitare il compito della fanteria assegnando un ruolo risolutivo ai cavalieri, posti alla destra della falange con l’obiettivo di allargarsi a destra e di convergere, appena possibile, alle spalle delle legioni. I generali romani si rendono conto del tranello, ma i soldati di Mario, pensando a una fuga, inseguono comunque il nemico: il console, preso in contropiede, accetta di guidare l’attacco non prima di aver consacrato agli dèi l’imminente ecatombe. L’impeto dei Numidi, giunti in Italia al seguito di Mario, vincitore di Giugurta, spacca in due la cavalleria germanica, una parte della quale si rifugia tra le file del proprio quadrato di fanteria creando un’incontrollabile confusione. Le fanterie dei Cimbri e di Càtulo combattono in mezzo a una gigantesca nube di polvere. Nel corpo a corpo i Romani sono favoriti dall’essere a favore del sole, mentre i Cimbri si vedono costretti a proteggersi il viso con gli scudi e patiscono oltremodo il caldo afoso, cui non sono abituati. Inoltre, i guerrieri delle prime file non possono spostarsi a loro piacimento a causa delle catene agganciate alle cinture. La falange germanica, contenuta sul fronte dai legionari e aggredita alle spalle dalla cavalleria numida, non riesce a conservare la compattezza e comincia a sgretolarsi.

Difficilmente una vittoria potrà essere ritenuta più schiacciante. I Cimbri lasciano sul campo fra i 120.000 e i 140.000 uomini, mentre 60.000 finiranno prigionieri. Il popolo barbarico sarà annientato quasi completamente. Le madri uccidono i figli strangolandoli o facendoli calpestare dalle ruote dei carri e, prima di finire schiave, si suicidano impiccandosi o infilzandosi sulle corna dei buoi. Da parte loro, i Tigurini, dopo aver appreso dello sterminio degli alleati Cimbri, scelgono di ritornare pacificamente in Svizzera evitando lo scontro con l’esercito di Silla.

Caio Mario
Il console Caio Mario

Una volta a Roma, i due comandanti si disputano l’onore della vittoria. Mario, considerato il terzo fondatore di Roma dopo Romolo e Furio Camillo, deve ingoiare un boccone amaro: Càtulo pretende la sua fetta di gloria, sostenendo che i suoi uomini hanno conquistato trentun insegne nemiche contro le due del collega. Una commissione istituita ad hoc, dopo aver esaminato i cadaveri rimasti sul campo, conferma che i Cimbri sono stati trafitti dai giavellotti di Càtulo, che vi aveva fatto incidere il proprio nome proprio per scansare ogni dubbio in caso di vittoria. Alla fine, il trionfo sarà celebrato congiuntamente, ma qualche anno dopo, durante la guerra civile, il dittatore Mario inserirà Càtulo, uomo di lettere e non di spada, in testa alle liste di proscrizione ».

Quali sono le conseguenze politiche e militari di questo trionfo romano?

« La vittoria dei Campi Raudii pone fine al tentativo germanico di invadere i territori controllati da Roma. La battaglia avrà anche una profonda influenza sulle vicende politiche di Roma stessa segnando l’acuirsi della rivalità fra Mario e Silla, che sfocerà nella prima delle guerre civili del I secolo a. C. Come ricompensa per il prezioso e coraggioso servizio, Mario concederà la cittadinanza romana ai soldati degli alleati italici senza nemmeno consultare il Senato. Quando alcuni senatori gli chiederanno di giustificare questo inconsueto provvedimento, il generale risponderà ironicamente che, nelle fasi concitate della battaglia, gli era stato difficile capire se la voce di Roma fosse quella degli alleati o della legge. Da questo momento tutte le legioni italiane sarebbero state automaticamente considerate legioni romane.

In un’ottica “continentale”, quello con Tèutoni e Cimbri è il primo incontro del mondo romano con quei popoli nomadi del Nord ancora in fase di assestamento o di migrazione verso le terre dell’Europa meridionale. Il pericolo corso, inoltre, ha reso evidente la necessità di uno stretto controllo dei passi alpini ponendo con maggior immediatezza il problema dell’integrazione della Valle Padana nello Stato romano. La vittoria dei Campi Raudii chiude favorevolmente per Roma questa fase intermedia delle invasioni barbariche: intermedia perché, non soltanto alla fine, ma, durante tutta la loro millenaria storia, i Romani hanno dovuto vedersela con i barbari, galli, germanici o africani che fossero. Dal confronto sono quasi sempre usciti vincitori, almeno fino a quando il nucleo principale della legione è stato costituito da popolazioni prima latine, poi latino-italiche. Questo coriaceo nucleo di contadini-soldati avrà la meglio sui nemici d’oltralpe e d’oltremare finché rimarranno saldi e condivisi i valori tradizionali del mos maiorum ».

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