La battaglia tra Franchi e Longobardi è una favola?

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda

Ora iniziamo a esaminare i numerosi tasselli del mosaico mortarese. Partiamo dai toponimi: Silva Bella, soppiantato da Mortis ara. È fondata la motivazione che vuole il secondo nome assegnato dopo la strage del 773?

« La zona dell’attuale città di Mortara, all’epoca longobarda, era chiamata Silva bella, dalla lussureggiante foresta che avvolgeva le campagne circostanti. La vegetazione copriva una vastissima area che andava, a sud, da Valeggio e proseguiva a nord verso Mortara e il Ticino. Il nome sarebbe stato sostituito da Mortis ara, altare della morte, appunto nell’VIII secolo. La pensano così Goffredo da Viterbo, Jacopo d’Acqui, Corio, l’umanista fiorentino Leandro Alberti, padre Portalupi, Biffignandi Buccella e Tagliacarne.

piazza Silvabella
La piazza mortarese intitolata all’antica Silva bella

Ma l’accezione negativa rappresentata dalla morte nasconderebbe un riferimento all’insalubrità del clima. Il poligrafo torinese Davide Bertolotti (1784-1860) parla espressamente dell’aria malsana che si respira nelle terre attorno al torrente Arbogna. La causa sarebbe un’estesa palude, come confermato da don Antonio Colli alla fine dell’Ottocento e, in anni più vicini a noi, da Francesco Moro. Sebbene la nascita di un agglomerato urbano degno di questo nome, costruito come ricetto fortificato contro le invasioni ungare e saracene, non sia anteriore alla metà del X secolo, si può comunque ipotizzare un’interpretazione etimologica – “terra sulla palude” – di origine gallica. Schietta, in questo senso, la difesa a oltranza della salubrità dei luoghi mortaresi da parte di don Colli: “Sebbene le località più umide e depresse siano meno sane delle asciutte ed elevate, non ne segue tuttavia che le condizioni atmosferiche dei luoghi più bassi della Lomellina arrechino tali gravissimi danni alla salute da poter conchiudere che l’aria di tali località trascini tosto alla tomba quanti la respirano”. Il sacerdote vigevanese ammette che nei pressi di Mortara ci potesse essere qualche palude, formata dalle acque soperchianti dell’Arbogna, ma le foltissime foreste d’alberi garantivano in ogni caso un ricambio d’ossigeno costante: “Le condizioni atmosferiche di tal località non potevano essere del tutto sfavorevoli ed esiziali perché gli alberi tramandano di continuo gran copia di ossigeno ozonizzato, che distrugge costantemente ogni miasma palustre”. Anche il mortarese Tessera si ritrae sdegnato di fronte all’ipotesi “altare della morte”, che avrebbe preso il posto di Silvabella: “Cangiamento che io non posso ammettere”. Il suo concittadino Ercole Delconte, più di un secolo dopo, declasserà la presunta verità a leggenda, secondo cui il villaggio che era stato testimone della strage avrebbe mutato il bucolico nome di Selva Bella in quello un po’ lugubre di Mortara: “Realtà di una battaglia e leggenda del mutamento di un toponimo che colpirono anche la fantasia dei poeti”.

Fa sorridere la decifrazione del toponimo fornita da don Giovanni Battista Romussi, religioso vissuto a cavallo di Settecento e Ottocento, parroco di Olevano di Lomellina, che·fin dal 1767 aveva raccolto alcune memorie. Il nome Mortara sarebbe derivato da un “mortaio”, recipiente per pestare e triturare le verdure in cui si sarebbe dissetato un cervo uscito dalla boscaglia di Silva Bella: il primo nome latino della località, infatti, sarebbe stato Mortarium, citato anche su diversi monumenti. Nello stesso stemma di Mortara è rappresentata un’aquila nera in campo bianco e, nella parte sottostante, un cervo in campo azzurro che beve in un mortaio. Un’altra interpretazione abbastanza discutibile, peraltro suddivisa in tre parti, arriva dallo storico novarese Antonio Rusconi, secondo cui il borgo di Mortara si chiamava anticamente Mont’aria o Mons aria perché, in primo luogo, posto sullo stesso altipiano geologico di Novara denominato monte Ariolo; secondariamente perché circondato·da diverse località definite Montariolo; terzo, perché vicino al Borgo dei Levi Arii (Lavezzaro).

Don Colli, e noi con lui, ritiene che il toponimo sia di origine gallica e derivi da mortair, cioè palude. “Basta infatti volgere gli sguardi al territorio di detta città per rilevare che, essendo quelle campagne attraversate dall’Albogna, dovevano anticamente andare soggette a frequenti inondazioni, ogni qual volta ingrossando le acque di questo torrente e superando le sponde rovesciavansi nelle parti più depresse delle circostanti campagne; dove perciò finivano per formar qualche palude”. Il toponimo gallico sarebbe poi stato trasformato dai Romani nel latino Mortarium.

Infine, Tagliacarne, che pure aveva appoggiato l’interpretazione di Mortis ara, ricorda che il re longobardo Autari avrebbe rinominato la località in Villa Gaudii o Bel diporto dopo avervi costruito una fortificazione, base di partenza per spedizioni di caccia nella foresta circostante ».

Ora arriviamo ai detrattori della battaglia, che non sarebbe mai avvenuta. Alcuni storici la riducono, senza troppi giri di parole, a una favola.

« Trovo abbastanza singolare che una battaglia così decisiva per le sorti della Penisola possa essere stata inventata di sana pianta. Fra i “negazionisti” troviamo, nel Settecento, Ludovico Antonio Muratori, il padre della storiografia italiana, secondo cui la battaglia “si dee mettere al ruolo delle favole”, e il milanese Giorgio Giulini. Anche don Carlo Denina, nella Istoria della Italia occidentale (1809), rifiuta l’ipotesi di uno scontro campale in Lomellina: “Ma questa gran battaglia non ebbe luogo che nella immaginazione poetica di Goffredo da Viterbo”. Il conte Cesare Balbo, alla metà del XIX secolo, sarà più ambiguo. Nel suo Sommario della storia d’Italia (1846) scrive che si combatté in aperta campagna e “dicesi che si facesse un gran macello di Longobardi su un campo, dettone poscia Mortara”, mentre nella Storia d’Italia sotto i barbari appare più dubbioso. Una sola fonte antica parla della strage di Longobardi a Silva Bella, “detta quindi Mortara dal grande ammazzare che vi si fece”. Pura fantasia anche secondo l’abate saluzzese Goffredo Casalis. Goffredo da Viterbo, Jacopo da Acqui e altri loro seguaci, “privi com’erano di documenti e ignari delle massime della buona critica”, avrebbero tratto etimologie dei luoghi di cui scrivevano inventandole a loro uso e consumo. “Ma per fortuna dell’umanità non s’ingaggiò verun combattimento” fra Carlo e Desiderio, che dalla Val di Susa sarebbe fuggito senza più opporre resistenza fino a Pavia.

Sant'Albino
L’abbazia carolingia di Sant’Albino

Il diniego è contrastato dai nostri autori sette e ottocenteschi, che difendono l’insegnamento della tradizione. Padre Portalupi definisce “insulsa” l’opinione di chi si ostina a negare, “contro la testimonianza degli storici e della stessa tradizione del paese”, che la campagna di Mortara fu teatro della sanguinosissima battaglia. Anche Tagliacarne è altrettanto perentorio: “La provenienza della nuova appellazione di Mortara a motivo di tale cruento eccidio è così positiva e da tanti classici scrittori enunciata, ch’è incongruità l’impugnare la contraria opinione di taluni non bene informati dell’evento e della etimologia da essi voluta derivare da insalubrità di clima e dallo stagnamento di acque non ancora in quella età esistenti; ed è pure l’antidetta provenienza confermata dalla patria tradizione, che nelle cose relative stabilisce autorevole fidanza”. Anche don Calvi si schiera a favore della veridicità delle fonti pro battaglia a Silvabella: “Io mi chieggo, o lettore cortese, se mai sia possibile che una tradizione, la quale fu riferita e ammessa da molti storici stimabili, sia affatto da credere priva di fondamento?”. Ovvero, anche in una favola si nasconde sempre un briciolo di verità. E il sacerdote palestrese cita Ercole Ricotti, autore nel 1854 del volume Breve storia d’Europa e specialmente d’Italia, scrive che i Longobardi, dopo la disfatta delle Chiuse, combatterono infelicemente a Mortara. Addirittura don Calvi cita la Storia d’Italia raccontata alla gioventù da’ suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, scritta da don Bosco nel 1855 per i giovani del suo oratorio: anche il santo fondatore della Congregazione dei Salesiani fa derivare il nome di Mortara da Mortis ara. Il vigevanese Biffignandi Buccella se la prende con gli autori coevi (“Qualche moderno scrittore ha opinato in contrario, ma senza un solido fondamento”) e dello stesso parere è il tenente generale e ingegnere militare Giovan Battista Sesti, di origini medesi, autore del libro Piante delle città, piazze e castelli dello Stato di Milano, stampato nel 1707 ».

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