Amico e Amelio, fianco a fianco nella vita e nella morte

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte terza

E ora veniamo alla leggenda dei due paladini franchi Amico e Amelio, che nei secoli a venire avrebbero fatto la fortuna dell’abbazia di Sant’Albino, situata nell’area della presunta battaglia, luogo di preghiera irrinunciabile per i pellegrini diretti a Roma lungo la Via Francigena.

« Sono i due compagni citati da Fazio degli Uberti. Qui, è bene che vi avverta, stiamo per navigare su un mare magnum cui affluiscono diversi corsi d’acqua: quello della fede religiosa, quello della poesia cavalleresca e quello, molto più intenso e se volete affascinante, della leggenda.

Nati nello stesso giorno al tempo di re Pipino, alla metà dell’VIII secolo, si assomigliano come due gocce d’acqua. Amelio è figlio del conte d’Alvernia (“ex comite alvernensi”) e Amico di un soldato bericano (“ex quodam milite bericano”). Secondo una delle tante leggende, i due già adolescenti, mentre sono condotti a Roma per il battesimo, s’incontrano a Lucca e stringono una fraterna amicizia. Nella basilica di San Giovanni in Laterano ricevono il battesimo dal papa, probabilmente Stefano II, che dona loro due coppe di legno adorne d’oro e di pietre preziose. Dopo la morte del padre, Amico si trova in difficoltà e parte in compagnia di dieci servi per cercare sostegno da Amelio. Giunto a destinazione, Amico scopre che, a sua volta, Amelio era partito alla volta di Bericum per cercarlo. Per il figlio del capitano inizia una lunga serie di tristi peripezie, tra cui la tragica esperienza della lebbra. Fa ritorno a Roma, dov’è accolto da papa Costantino. Tre anni dopo, una carestia lo costringe ad abbandonare la città eterna per tornare alla ricerca di Amelio. Questa volta, per sua fortuna, l’amico si trova nel castello di famiglia: mosso a pietà dalle misere condizioni dell’ancora sconosciuto viandante, Amico ordina alla servitù di rifocillarlo. A quel punto, il recipiente riconosciuto da Amico come copia di quello da lui stesso ricevuto dal papa in ricordo del battesimo, consente ad Amelio il riconoscimento del caro amico.

Amico&Amelio
I paladini carolingi Amico e Amelio ai lati della Madonna con Bambino

Anche la Chiesa cattolica ha celebrato l’amicizia dei martiri Amico e Amelio, appartenenti al periodo carolingio, sebbene nella loro vicenda si riscontrino elementi più peculiari del ciclo bretone di avventura che del ciclo guerriero di Carlo Magno. Questi Atti sono favolosi e i Bollandisti, gruppo di gesuiti che nel Seicento lavorò alla compilazione degli Acta sanctorum, una raccolta critica di documenti e di dati dei santi distribuiti secondo i giorni dell’anno, rifiutarono di pubblicarli perché “in omnibus nihil videbit lector, quod factis historicis aliunde notis contrarium non sit”. La loro affettuosa relazione è espressa anche dai loro nomi, chiaramente simbolici, di Amico e Amelio. Ma il dettaglio più interessante, perché unico tra i molti santi medievali, è il fatto che i protagonisti di questa storia appartengono al tempo di Carlo Magno e al suo ciclo cavalleresco, proprio come due eroi delle Chansons de gestes, due paladini passati nell’epopea dei santi cristiani. Secondo una leggenda, Amico e Amelio, dopo essersi reincontrati, decidono di mettersi al servizio di Carlo Magno. Un giorno, però, Amelio è accusato di aver sedotto Elisenda, figlia di Carlo Magno, e deve difendersi dall’accusa battendosi in duello con il suo accusatore. Poiché Amelio è realmente colpevole, cerca di sottrarsi a quell’incontro che lo vedrebbe vittima o spergiuro. Convince perciò Amico a duellare al suo posto, sfruttando l’eccezionale somiglianza, mentre egli stesso si ritira nel castello del sosia e addirittura nella sua camera nuziale. L’amicizia, però, prevale sui sensi e, una volta coricatosi a fianco della moglie dell’amico, Amelio si preoccupa di frapporre la propria spada, ostacolo invalicabile, in mezzo al letto, fra sé e la donna. Intanto Amico, fingendo di essere Amelio, giura di essere innocente, combatte il duello e naturalmente vince. Il re franco, lieto di saper salvo l’onore della figlia, gliela concede in sposa e, a questo punto, i due amici si scambiano di nuovo il posto, ricongiungendosi alle reciproche e legittime consorti.

In questo punto, il racconto della seconda leggenda s’incastra sulla prima. Amico è colpito dalla lebbra, è scacciato dalla moglie lo scaccia e sarà costretto per molti anni a vivere come un mendico. Finalmente giunge al castello di Amelio, che lo riconosce e lo cura affettuosamente. E quando Amelio apprende, per rivelazione di un angelo, che l’amico potrà guarire solamente se curato con il sangue dei suoi figli, il genero di Carlo Magno non esita a sgozzare i suoi due nati per ridonare la salute ad Amico. Segue naturalmente un nuovo miracolo: i due figli uccisi risuscitano conservando però intorno al collo una cicatrice rossa a ricordo dell’accaduto. Questo, per sommi capi, il contenuto della passio, che si conclude in modo interessante. Volendo assegnare ai due personaggi la gloria del martirio, I’estensore della passio stessa trasforma Desiderio in un imperatore romano, persecutore dei cristiani, usando le stesse parole degli Atti dei Martiri: “Passi sunt sub Desiderio rege Langobardorum quarto Idus octobris, regnante Domino nostro Iesu Christo: cui est honor et gloria in sæcula sæculorum. Amen” ».

I due paladini – Amico tesoriere reale e Amelio coppiere del re – avrebbero partecipato alla battaglia del 773 trovando la morte nelle campagne a est della città. Il loro nome si legherà per sempre alla chiesa e al monastero di Sant’Albino.

« Durante la spedizione in Italia compiono “opere di pietà, elemosine e digiuni”. Una volta iniziato lo scontro, i due paladini si difendono strenuamente, ma perderanno la vita, secondo alcuni nella stessa ora. Mentre sono in corso le operazioni dell’assedio di Pavia, il beato Albino, vescovo di Vercelli, suggerisce a Carlo Magno di costruire una chiesa nel punto aveva vinto il nemico longobardo. Il re ne fa costruire due, una dedicata a sant’Eusebio e l’altra a san Pietro, e commissiona anche due sarcofaghi per Amico e Amelio, decidendo di seppellire il primo in San Pietro e il secondo in sant’Eusebio. Ma il giorno seguente a quello dell’inumazione saranno ritrovati in un unico sepolcro all’interno della chiesa di Sant’Eusebio: uniti nella morte com’erano stati uniti nella vita. Informato della mirabolante traslazione della spoglia mortale di Amico accanto a quella di Amelio, il vescovo Albino ordina che i corpi dei due siano conservati insieme in Sant’Eusebio, cui poco dopo sarà aggregata un’abbazia dedicata ad Albino, santo patrono di Francia. Del miracolo si rallegrano anche il re Carlo e la regina Ildegarda, che rimarranno trenta giorni a Silva Bella curando le onoranze funebri del genero Amelio e dell’altro paladino, Amico, e concedendo “maximas dotes basilicæ beati Eusebii”. Sulla miracolosa traslazione della salma di Amico torneremo più avanti, in questa lezione: ora vediamo di conoscere la reale storia dei due luoghi di culto.

Nei primi anni del V secolo, Gaudenzio, vescovo di Novara, fa costruire due cappelle intitolate ai santi Pietro ed Eusebio, quest’ultima con funzione di chiesa matrice del borgo. L’intitolazione non è casuale poiché fu proprio il vercellese Eusebio a convertire il pagano Gaudenzio al cristianesimo. Erigere extra mœnia chiese parrocchiali risponde alla tradizione dei primi secoli del cristianesimo e ciò avviene sia per non urtare la suscettibilità del tramontante paganesimo ufficiale, ancora ostile alle manifestazioni pubbliche della nascente religione, sia, come nel caso mortarese, per servire la popolazione rurale. All’epoca Mortara è solo un villaggio, che si trasformerà in borgo fortificato, difeso da mura e da un fossato, solamente dopo le invasioni degli Ungari e l’affermarsi del sistema feudale fra X e XI secolo. Il suo territorio, agli inizi del XII secolo, appare ai confini tra il Comitato di Lomello e quello di Novara, mentre la comunità ecclesiastica appare divisa tra le diocesi di Pavia e di Novara.

Le due pievi distano circa un miglio dall’abitato e sorgono a breve distanza l’una dall’altra, ai margini della strada romana che congiunge Pavia e il valico del Piccolo San Bernardo. Per circa quattro secoli le chiese di San Pietro e di Sant’Eusebio e la foresteria sorta accanto a quest’ultima, accoglieranno anonimi pellegrini d’ogni nazione transalpina e autorità del mondo politico e religioso del tempo: Leone, futuro pontefice e santo, inviato in Gallia da Galla Placidia per cercare di rappacificare il generale Ezio e il prefetto del pretorio Albino (440), sant’Epifanio (494), san Giocondo d’Aosta (501), Emiliano, vescovo di Vercelli (505), san Cesario, vescovo di Arles (513), Riccardo, ex re del Kent destinato a spegnersi a Lucca (522), papa Stefano II (574) e papa Paolo I (757). Nella primavera 773, reduce da Roma dove aveva mercanteggiato con papa Adriano I la calata di Carlo Magno in Italia, transita anche l’ambasceria franca composta dal vescovo Giorgio, dall’abate Gulfardo e dal monaco di origini inglesi Albino Alcuino (Alkwin). Nel 1191 Filippo Augusto, re di Francia, di ritorno dalla terza crociata transita da Morters (Mortara) e poi da Roable (Robbio), prima di giungere a Werzeas (Vercelli), civitatem episcopalem. Addirittura, qualcuno asserisce che anche l’umile san Francesco sia venuto a pregare sulla tomba dei paladini: più verosimile la visita dell’arcivescovo di Milano, san Carlo Borromeo.

Sant'Albino
L’attuale abbazia di Sant’Albino

Il destino, però, non sarà benevolo per entrambe le chiese pievane: quella di San Pietro sarà gradualmente abbandonata e, nel volgere di qualche secolo, ne scompariranno anche le ultime vestigia. Quella di Sant’Eusebio, invece, entrerà nella storia per iniziativa di Albino Alcuino, consigliere di Carlo Magno nato nel 735 nel regno anglosassone di Northumbria e morto a Tours nell’804, secondo cui il luogo era adatto a ospitare un organismo monastico da aggregarsi alla chiesa di Sant’Eusebio. Nella foresteria, adattata alla nuova funzione di cenobio, s’insediano alcuni allievi dello stesso Alcuino, che ricevono gli ordini sacri da Albino, il vescovo di Vercelli che, venuto a morte nell’801, vuole essere sepolto accanto ad Amico e ad Amelio. I novelli monaci, tutti di origine francese, dedicano il monastero a sant’Albino, vescovo d’Angers deceduto in Francia nel 550; meno probabile l’intitolazione all’Albino vercellese. Gli avvenimenti del convento e quelli di Sant’Eusebio s’intrecciano in breve tempo e, con il passare del tempo, il nome di Sant’Albino è usato dapprima nel parlare corrente e poi negli atti ufficiali per indicare sia il convento sia la chiesa. Il vercellese Eusebio lascerà campo aperto al francese Albino.

I monaci avvertono di voler osservare la regola di sant’Agostino, prima affiliazione in Italia, paese in cui domina la regola benedettina, ma papa Adriano i porrà il convento sotto la giurisdizione dei pontefici romani conferendogli la più ampia indipendenza dall’Ordine conventuale agostiniano. L’abate del monastero assumerà anche il titolo di prevosto di Sant’Albino e i monaci, suoi coadiutori nell’attività della parrocchia, costituiranno il Capitolo dei Canonici regolari di Sant’Albino ».

Ma la leggenda si arricchisce di un elemento che ebbe una profonda eco negli uomini di quel tempo e di quelli a venire, e che consegnerà l’abbazia di Sant’Albino alla storia religiosa più sacra della Lomellina e dell’intera cristianità.

« I due guerrieri sono inumati sotto l’altare dell’allora Sant’Eusebio in due cunicoli sovrapposti: cunicoli che saranno rinvenuti quasi dodici secoli dopo, durante una serie di ricognizioni compiuta nel 1928 e nel 1929. I verbali vergati a mano iniziano dal 14 giugno 1928, ore 16.15. È un incontro dal sapore storico: i mortaresi sono da secoli sinceramente affezionati al luogo di culto che conserva i resti dei due paladini carolingi. Nella chiesa campestre, ex abbaziale, si ritrovano don Luigi Dughera, parroco di San Lorenzo e delegato dell’arcivescovo Giacinto Scapardini, vescovo di Vigevano, e don Ernesto Colli, segretario vescovile, oltre ai testimoni Leandro Zanetti, podestà di Mortara, Rodolfo Morosetti, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ospedale cittadino (cui spetta la manutenzione della chiesa) e fabbriciere della Collegiata di San Lorenzo, il notaio Pier Luigi Pavesi, cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, Francesco Pezza, ufficiale sanitario della città e ispettore onorario dei monumenti della Lomellina, Paolo Comeglio, vice podestà, Pietro Delconte, segretario comunale, don Silvio Molina, coadiutore di San Lorenzo, e Carlo Stangalino, maestro d’intaglio.

ossa Amico
L’urna contenente le ossa di Amico e Amelio

Il decreto vescovile del 30 maggio imponeva la pulitura interna ed esterna dell’unico altare entro il 1° luglio successivo, con lo scopo di renderlo utilizzabile per una “decente” celebrazione delle sante messe. In caso contrario, la Curia vescovile avrebbe impedito lo svolgimento delle funzioni religiose nei giorni festivi: “Ciò con vero nostro rincrescimento sapendo quanto sia necessario in quel cascinale la santa messa festiva e quanto sia desiderata da quei terrieri”. Il 13 giugno a Sant’Albino si danno appuntamento Morosetti, Comeglio, Stangalino e il tecnico comunale (“ingegnere civico”) Amilcare Sandri. Decidono di spostare il pallio di scaiola, datato 1713, che deve essere staccato a pezzi a causa dell’evidente screpolatura: al di sotto viene alla luce l’altare, a forma di parallelepipedo, alto 1,16 metri, lungo 1,90 e largo 1,30. L’esterno è intonacato di calce, mentre la mensa è ricoperta da una pietra sacra posta poco tempo prima. Sebbene la ricerca non porti ad alcuna scoperta eccezionale, il clero mortarese non si dà per vinto: l’obiettivo è rinvenire i corpi di sant’Albino o dei santi martiri Amico e Amelio. Nel verbale questa parte, non a caso, è sottolineata.

Il giorno successivo, alle 9.30, arrivano sul posto don Dughera, Stangalino e l’operaio Mario De Stefani. Il parroco di San Lorenzo è convinto che le analisi vadano proseguite per consegnare i resti dei paladini a Mortara e alla Lomellina. Il suo fiuto investigativo sembra aver successo: alla distanza di quarantasette centimetri dalla mensa nota due mattoni collocati obliquamente e dà subito ordine di spostare il lastrone di marmo e di togliere tutti i mattoni addossati nella parte superiore e anteriore. Emerge l’arco del voltino e, all’interno, un cunicolo. Si accende una candela e, sulla destra, si scorge un teschio: la scoperta suscita grande meraviglia nello stesso don Dughera, che sospende immediatamente i lavori e si fa consegnare la duplice chiave dal custode della chiesa intimando ai testimoni il più scrupoloso silenzio. “Alla torre della città battevano le 11.30”. L’eccitazione è alle stelle. Il parroco di San Lorenzo parte in automobile per Vigevano, dove informa del ritrovamento monsignor Scapardini, che lo nomina delegato vescovile. Ritorna a Mortara e convoca per le ore 16 le autorità sopracitate, che si presentano “con una premurosa deferenza del più alto encomio”.

Riprendono i lavori di ricerca, questa volta saranno documentati dal fotografo Giuseppe Serra, 21 anni. La parte interna dell’altare è formata di mattoni di varie dimensioni ed epoche, in prevalenza romanici, mentre il cunicolo superiore è lungo 90 centimetri, largo 69 e alto 106 dal centro della volta. Secondo Comeglio, la calce è vecchia di almeno tre secoli. A questo punto, don Dughera inizia ad asportare i resti umani. La calotta ossea, sulla cui vitrea interna si notano le impressioni arboriformi dei vasi cerebrali, è calcificata e friabilissima: “Si frammenta e polverizza con estrema facilità”. Poi emergono un frammento mascellare, uno della prima vertebra cervicale e un terzo della mandibola sinistra, e l’intera mandibola divisa in pezzi. Liberando il fondo dai calcinacci, si scopre poi una finestrella più antica, che immette direttamente nel cunicolo inferiore: è larga 30 centimetri e si apre a 60 centimetri dalla parete di sinistra del cunicolo stesso. Don Colli non esita a esultare ipotizzando di aver scoperto la tomba di Amico e Amelio: “Forse la fenestrella martyrum?”. Il secolo cunicolo, lungo 1,30 metri, alto 0,68 e profondo 0,64, è pieno di mattoni gettati alla rinfusa e di frammenti di vetro, che proverrebbero da due ampolline di epoca medievale. Pezza ritiene che i mattoni nascondano una qualche importanza e ordina di elencarli. Alle 19.10 si sospendono le operazioni e si collocano le ossa e i resti umani in una cassetta provvisoria, sigillata con filo di spago bianco e con ceralacca.

I lavori di ricognizione del loculo inferiore riprendono il 15 giugno. Dal fondo emergono altri resti umani: due tibie lunghe 35,2 centimetri, una terza tibia lunga 32,5 centimetri, due ossa del tarso e tre metatarsi del piede, un dente incisivo e uno molare superiore, tre piccoli frammenti ossei senza forma. Inoltre, un frammento di mosaico a tasselli bianchi e neri, cocci vitrei iridescenti e di un piatto verniciato smaltato di verde, un piccolo vasetto color argilla chiara, quattro dischetti metallici corrosi dall’umidità, su uno dei quali è visibile l’immagine di un santo vescovo nel recto e la scritta “B. D. Vinegia”, antico nome di Venezia, nel verso. Le operazioni terminano alle 18.30 con la recita della preghiera rituale ai santi protettori.

La sentenza sarà emessa solamente un mese dopo, il 16 luglio, nella cappella dell’oratorio San Luigi di via Gregorio XV, adiacente alla basilica di San Lorenzo. I resti saranno realmente quelli dei due paladini?

« Gli esperti accertano che le ossa già esaminate con cura dal dottor Pezza e da altri periti incaricati dalla Curia vescovile di Vigevano sono umane, con tutta probabilità di un uomo. La certezza potrebbe arrivare solamente dall’esame delle ossa del bacino, mancanti. I denti, invece, confermano che si tratta di una persona in età giovanile. Poi si arriva all’esame dei frammenti di materiale vario ritrovati nei cunicoli. I cocci di vetro, secondo Antonio Morassi, ispettore della Regia Soprintendenza all’arte medievale e moderna per la Lombardia, risalgono all’epoca medievale, mentre il frammento di mosaico presenta caratteri identici a quelli del pavimento dell’abbazia di San Colombano, a Bobbio. Questa correlazione non è da sottovalutare se si considera che il cenobio fondato nel 614 fu uno dei più importanti centri monastici d’Europa lungo tutto il Medioevo. Molto più recenti i dischetti metallici, che il professor Giulio Bariola, docente di Storia dell’arte all’Università degli Studi di Pavia, identifica come tessere commerciali della fine del xv secolo. Le operazioni terminano alle 19.30 con la recita dell’Agimus tibi gratia e del Laudate Dominum omnes gentes.

L’urna contenente i resti umani, i cocci vitrei delle ampolline e i dischetti metallici è posta provvisoriamente alla sinistra dell’altare della cappella oratoriale. Il 13 maggio 1929 la sacra urna sarà trasferita, con una cerimonia privata, nella chiesa di Sant’Albino, il cui altare era stato opportunamente ricostruito in cotto. I testimoni sono don Dughera, Morosetti e Stangalino, che depongono l’urna su un’automobile e si avviano “celermente alla chiesa basilicare di Sant’Albino”. I rinvenimenti sono collocati nel loculo interno, a forma di parallelepipedo, del nuovo altare. Illuminante la parte finale del verbale: i testimoni recitano una preghiera “alla Triade augustissima perché si compiaccia di portare luce per l’identificazione delle sacre ossa”. Mancano, infatti, gli elementi definitivi per l’assegnazione dei resti ai santi martiri ».

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