Sant’Albino, abbazia carolingia lungo la Via Francigena

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte quarta (e ultima)

A questo punto, tutti concordano sul fatto che la leggenda prevale sulla storia documentata. Oppure c’è ancora qualcuno che si ostina a credere nel racconto medievale che suscita così tanti entusiasmi e ferventi manifestazioni di fede?

« Vedete, sebbene nelle due tombe non siano stati rinvenuti altri elementi, come armi o brandelli di abiti, adatti a permettere di identificare in quei resti i due paladini, il racconto concorde e circostanziato dei cronisti permette di affermare che Amico ed Amelio furono realmente inumati nella chiesa di Sant’Eusebio. Dunque, quel teschio e quelle ossa possono essere tutto ciò che rimane delle loro spoglie mortali. E non vi ho ancora parlato della profanazione delle due tombe e del furto delle salme dei due paladini perpetrato da un certo Sidonio che, per denaro, le avrebbe consegnate al clero di Casale Monferrato. Dunque, il rinvenimento di quei pochi resti avvenuto nel 1928 fa sorgere il dubbio che l’oscuro episodio non sia stato proprio privo di fondamento, anche se il vescovo Bascapè afferma di non aver ricevuto alcuna notizia certa da parte delle fonti casalesi. La traslazione della salma di Amico accanto a quella di Amelio è, ovviamente, un parto della fantasia perché i due paladini furono inumati entrambi sotto l’altare di una sola chiesa. Dal cumulo delle salme dei guerrieri longobardi e franchi, affratellati nella vita e nella morte, le leggende sono sortite spontaneamente come il fiore che sboccia dalla fenditura della roccia.

Da parte nostra, non possiamo che prendere atto dell’eccezionale fortuna che avranno i due paladini nei secoli a venire. L’incertezza degli storici è unica nel suo genere: mai una battaglia campale dall’esito così devastante – più di 70.000 morti – sarà avvolta in un mistero tanto fitto. Se accettiamo la veridicità del fatto d’armi, allora dobbiamo anche credere alla morte e alla successiva sepoltura dei due paladini sotto l’altare di Sant’Eusebio, poi Sant’Albino. E, di conseguenza, che i rinvenimenti di poco meno di un secolo fa siano realmente appartenuti ai due soldati franchi. Al contrario, possiamo ridurre tutto a un’amena storiella che fece la fortuna di decine di poeti e cantori medievali e rinascimentali ».

Mortara Sant'Albino

Una visita turistica all’abbazia di Sant’Albino (2010): al pulpito il rettore padre Nunzio De Agostino

La chiesa abbaziale di Sant’Albino, al di là dei giudizi personali, vivrà secoli di grande splendore e diventerà un punto fisso per i pellegrini lungo la Via Francigena, letteralmente la “strada che nasce in Francia”, una delle più importanti “autostrade della fede”.

«L’originaria pieve di Sant’Eusebio si reggerà autonomamente per molti anni come chiesa battesimale, al pari di altre e più importanti, acquisendo poi grande fama come sede prepositurale. In diversi documenti ufficiali medievali sarà indicata anche senza l’indicazione di Mortara, a testimonianza dell’influenza esercitata sul popolo e sulle autorità civili e religiose, sia locali sia forestiere. Il monastero sarà trasformato nel 1464 da papa Pio II nella “commenda”, investitura considerata ambitissima. Con questa voce si designava un benefizio ecclesiastico affidato (dato in commendam appunto) a un secolare usufruttuario che ne godeva la rendita, probabilmente collegata a un grado ecclesiastico o a un grado cavalleresco assimilato. La commenda sarà soppressa più di tre secoli più tardi, nel 1799, quando il convento attiguo alla chiesa carolingia sarà trasformato in azienda agricola.

La fortuna di Sant’Albino, però, si misurerà con il metro dei pellegrinaggi lungo la Via Francigena, che eserciterà una singolare attrazione in particolare sui fedeli provenienti dalla Francia, tra cui si mantiene viva la storia-leggenda di Amico e Amelio. Questa direttrice viaria, che mette in comunicazione le città del Regno italico con il mondo d’oltralpe, rappresenterà per secoli la principale via di transito dei pellegrini inglesi e francesi diretti a Roma per rendere omaggio alla tomba dell’apostolo Pietro. Nell’area cisalpina sarà nota anche con il nome di Strada Romea, dal momento che la meta romana appariva più ricca di suggestioni. La denominazione di Via Francigena appare documentata sin dal IX secolo, epoca in cui aumenta il flusso di pellegrini francesi e britannici, e si radicherà definitivamente negli atti dal xii secolo in avanti.

Le tappe – mansiones – sono menzionate con precisione nell’itinerario di Sigerico, l’arcivescovo di Canterbury che, nel 990, si reca a Roma per ricevere il pallium arcivescovile, semplice veste di lana ornata con la croce, dalle mani di papa Giovanni xv. Il suo viaggio di ritorno contiene le ottanta “submansiones da Roma usque ad mare”, cioè il canale della Manica. Giunto a Pavia, Sigerico si trova di fronte a una triplice opzione per valicare le Alpi: il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il Monginevro. La scelta cade sul primo passo e, di conseguenza, l’arcivescovo tocca le mansiones di Tromello, Vercelli, Santhià e Ivrea: fra le submansiones c’è anche Mortara (Morters), dove gli homines viatores provenienti dalle terre galliche si fermano a pregare sulle tombe di Amico e Amelio. La letteratura cavalleresca medievale ha giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del fenomeno “pellegrinaggio” nell’immaginario collettivo. Fra le chansons des gestes ambientate in Italia, la più ricca di riferimenti alla Via Francigena è la Chevalerie d’Ogier de Danemarche, che ripropone i temi di una narrazione riferibile all’xi secolo. Ogier, vassallo di Carlo Magno, vuole vendicare il figlio ucciso da Carlotto, figlio del re, e decide di vendicarsi. A Mortara si scoprono i corpi dei due paladini franchi. Carlo Magno si rivolge così a suoi: “Prendès ces contes, fran chevalier nobile/Dusq’a Mortès ne vos atargiès mie/Ses enterrès el non sainte Marie”. Quello di Amico e Amelio è un classico esempio di stretta interrelazione fra temi della tradizione cavalleresca e motivi religiosi».

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