La contea di Lomellina, fra Pavia e Genova

Nella lezione precedente abbiamo visto che nel 774 il franco Carlo Magno diventa re dei Longobardi e distrugge i vecchi ducati dividendo l’Italia in comitati, cioè contee. Questa modifica dell’ordinamento statale schiude alla Lomellina un orizzonte di potenza e di gloria. La zona fra Po, Ticino e Sesia non è più solamente un’espressione geografica.

« Il re franco accresce il potere dei conti e, a custodia dei confini del regno, istituisce i margravi (mark-graf, conti della marca), detti più comunemente marchesi, con giurisdizione su parecchi comitati. Siamo agli albori del feudalesimo. Il primo documento relativo al Comitato di Lomello risale alla metà del IX secolo e cita un comitatu Olmello, cioè Lomello, borgo promesso da Carlo Magno a papa Leone IV (quarta pars monasterii Sancti Valeriani quod situm est in comitato Olmello). In un altro atto del 913 circa, Berengario, re d’Italia e, dal 915 al 924, imperatore del Sacro Romano Impero, su richiesta di suo genero Adalberto e di Grimaldo, marchese dell’Italia-Austria (regioni nord-orientali), concede ad Autberto vicecomiti un manso, cioè un podere, situm de Comitatu Laumellino. Secondo lo storico Zucchi, questo Autoberto è un visconte, cioè un rappresentante del marchese, del Comitato di Lomello. La nostra zona, con quelle di Torino, Ivrea, Vercelli, Asti, Pombia, Acqui, Alba, Bulgaria (cioè il Vigevanese) e altre, costituisce la potente Marca di Ivrea, di cui questa città è la capitale. Zucchi precisa: “Confinava a ponente con la Sesia, a mezzodì col Po, a oriente col Ticino, a settentrione col Comitato di Novara, dove i termini sarebbero segnati da una linea che, toccando Robbio, Mortara e Vigevano, tendesse dalla Sesia al Ticino”.

Da Lomello traggono il nome i Conti palatini, potentissima famiglia che dal X al XIV secolo sarà tra le più cospicue dell’Italia settentrionale. Secondo alcuni, il primo cenno di un Conte di Lomello si ha in documenti della metà del x secolo, in cui si parla di Manfredo VII, nipote di Manfredo V de loco Moxitio (Mosezzo), conte di Milano e di Lodi, ed esponente della casa dei Manfredingi. Sarebbe nata in questo momento l’ambita carica ereditaria di conte del Sacro Palazzo di Pavia, capitale del Regno d’Italia sottomesso al Sacro Romano Impero. Dopo Manfredo diventeranno conti suo fratello Milone, vassallo e vendicatore del re Berengario, e primo marchese di Verona, ed Egelrico, figlio di Manfredo, deposto nel 962 e probabile capostipite dei conti di San Bonifacio. Un’altra versione, però, tende a considerare il patriarca dei Conti palatini un certo Pietro, amministratore delle terre dell’abbazia di Nonantola ed esponente di una famiglia professante legge longobarda, il cui figlio Gaidulfo è giudice del Sacro Palazzo di Pavia. Dei figli di quest’ultimo, Pietro sarà nominato vescovo di Como nel 983 da Ottone II, imperatore dal 973 al 983, mentre nel 996 Cuniberto sarà investito della contea di Lomello.

Ottone
L’imperatore Ottone III di Sassonia

Nel 999 l’imperatore Ottone III rimuove dalla carica Bernardo, che era conte di Pavia dal 985, e Arduino, conte del Sacro Palazzo, accusati di complicità con il re ribelle Arduino, sostituendoli con Ottone, figlio di Cuniberto. Nell’anno 1000, Ottone, in veste di protospatario (primo portatore della spada dell’imperatore, carica desunta dalla nomenclatura bizantina), accompagna Ottone III ad Aquisgrana all’interno della tomba di Carlo Magno al fine di procurarsi alcune reliquie e di rendere omaggio all’antico imperatore. L’episodio è citato nella celeberrima Cronaca di Novalesa, che rievoca, in particolare, la nascita dell’abbazia benedettina di San Pietro di Breme.

Alla morte del padre Cuniberto, Ottone diventerà anche conte di Lomello. In questo modo l’imperatore, animato probabilmente dal desiderio di arginare la potenza della casata degli Obertenghi attraverso un influente rivale, riunifica in una sola persona le contee di Lomello e di Pavia. Nel 1002, alla morte di Ottone III, si riaccendono le lotte fra i suoi fautori e quelli di Arduino d’Ivrea, nuovamente proclamato re a Pavia. Il nuovo imperatore Enrico II, ultimo esponente della dinastia sassone e futuro santo, scende in Italia e incendia Pavia, ma, dopo il rientro in Germania, non potrà contrastare il ritorno di Arduino, che nomina conte di Pavia il secondogenito Ottone. Il nipote di Cuniberto e conte del Sacro Palazzo, Ottone ii, è costretto a rifugiarsi nella munita rocca di Lomello ».

Questa potente famiglia feudale è al centro di un equivoco linguistico: invece del corretto nome di Conti palatini (cioè del Sacro Palazzo di Pavia) e di Lomello, si prende l’abitudine di chiamarli Conti palatini di Lomello, anche se all’inizio la carica era legata a Pavia e non a Lomello.

« E questo “fraintendimento” segnerà, in un certo senso, la fortuna della casata comitale e della Lomellina stessa. La vera e propria creazione della contea di Lomello, ottenuta con la sottrazione di una porzione di territorio dal più antico comitato di Pavia, era stata forse voluta da re Berengario. La nuova contea non si estende solo sulle terre tipicamente lomelline comprese tra le grandi vallate quaternarie del Ticino, del Sesia e del Po, ma ne travalica i confini, soprattutto nella parte sud-occidentale. Parecchi documenti del X secolo – diplomi di Ottone II e Ottone III – identificano alcune terre sulla sponda destra del Po come appartenenti al Comitato di Lomello. La giurisdizione dei conti di Lomello cade sulle terre di Albonese, Breme, Cairo, Cambiò, Ceretto, Cilavegna, Dorno, Gallia, Galliavola, Gambarana con San Martino della Mandria e Santa Maria di Suardi, Gambolò, Goido, Grumello (allora nei pressi di Galliavola), Langosco con San Paolo Leria, Lomello, Mede, Mortara, Nicorvo, Olevano, Parzano, Sant’Angelo, Sartirana, Semiana e Sparvara (allora sulle rive del Po nei pressi di Cambiò). Inoltre, la contea di Lomello si estende nel Vogherese, nel Biellese e nell’Albese; anche parti del Casalese e dell’Alessandrino, da Ticineto a Frassineto giù fino a Sale e a Bassignana, sono terre transpadane: nei documenti posteriori al XV secolo non saranno più menzionate tra le terre lomelline, pur continuando a far parte del Principato di Pavia. Invece, il confine settentrionale della terra lomellina, tra Cassolnovo e Robbio, rimarrà inalterato per secoli pur mancando nella zona qualsiasi demarcazione geografica, se si eccettua il “fosso pavese” della sezione a nord di Vigevano di cui parla Simone del Pozzo.

broletto
Il palazzo del Broletto, a Pavia, che fu sede del primo libero Comune

E proprio a cavallo di X e XI secolo prende piede la contrapposizione politico-amministrativa fra la Lomellina e la città di Pavia, che nel 1024 instaura il libero Comune distruggendo il Sacro Palazzo e inducendo Ottone a fortificarsi nell’originaria contea di Lomello. È l’epoca delle acerrime lotte tra l’ex capitale longobarda e i Conti palatini: il primo teso a una sempre maggiore potenza per la freschezza delle nuove energie popolari, i secondi attanagliati nel disperato tentativo di conservare gli antichi privilegi. In mezzo ai duellanti, s’incunea la politica degli imperatori – Federico Barbarossa in primis, che nella primavera del 1155 si farà incoronare re d’Italia nella basilica pavese di San Michele, poco prima ricostruita, – i quali, destreggiandosi con subdole manovre, riescono a mantenersi ligi gli uni e gli altri con donazioni e concessioni.

Come abbiamo visto poco sopra, Ottone II deve rifugiarsi a Lomello, dove rimarrà parecchi anni, anche dopo la caduta di Arduino. Riacquisterà le proprie prerogative dopo il 1015 e, secondo il Muratori, sarà ricordato come conte istius comitati ticinensis in una carta di donazione. I suoi discendenti risiederanno a Lomello per oltre un secolo mantenendo ereditariamente le cariche di Conti palatini, di Lomello e di Pavia. Il loro prestigio rimarrà intatto nei decenni a venire. Per esempio, nel 1112 l’abate del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia chiede a Guidone, conte del Sacro Palazzo, di recarsi a Pavia per giudicare una controversia tra il monastero e parecchi signori in merito al possesso del porto sul fiume Olona, presso Lardirago. Quella dei conti palatini di Lomello continua dunque a costituire una posizione preminente implicando la responsabilità di presiedere i placiti generali, cioè le assemblee plenarie, in assenza dell’imperatore. Il Comune di Pavia trionferà sui Palatini lomellesi fra il 1140 e il 1145, costringendo il conte Guidone a ritornare in città per tenerlo sotto controllo.

Intanto, nel 1152 Federico I di Hohenstaufen detto il Barbarossa è incoronato re dei Romani e di Germania. Il gioco delle alleanze appare scontato: i ghibellini si schierano con l’Impero sperando di ottenerne i favori, i guelfi sono per la libertà comunale. La ghibellina Pavia abbraccia il Barbarossa contro Milano e il conte Guidone di Lomello: si susseguono sconfitte e vittorie, incendi e saccheggi da entrambe le parti. I Pavesi assediano Lomello, prendono la rocca per tradimento e la distruggono con il borgo, come risulta da varie fonti. Incerta la data di questo avvenimento: lo storico trevigiano Gerolamo Biscaro dimostra che siamo tra il 1140 e il 1145; altri, come il Casalis, la pongono nel 1155.

L’infido comportamento dei Pavesi, i quali, fra l’altro, avevano imposto ai conti di Lomello di tenere, quali sudditi, la propria residenza anche in città, è condannato dal vescovo Ottone di Frisinga (1109-1158) nelle sue Gesta Friderici imperatoris, in cui mette all’indice il ricorso alla frode nel fatto della presa di Lomello: “Imperiale oppidum [Lomello, nda) magna et robusta equitum manu, stipatum, Palatini comitis tui inclytum, oppidanis ipsis ad colloquium pacis dolo vocatis fraudolenterque captis ad solum usque sine causa prosternere non timuens”. Il cronista milanese Galvano Fiamma, padre domenicano e cappellano di Giovanni Visconti, scriverà che i Pavesi avevano rovesciato la rocca dalle fondamenta: “Insuper ceperunt castrum de Lomello et funditus everterunt”. Dopo questa capitolazione, i conti di Lomello si alleano con Milano e con Vercelli, e si ritirano a Langosco assumendone il nome.

Nel 1157 il Comune di Milano ricambia l’aiuto del conte di Lomello inviando centinaia di cittadini, residenti in quinque portas, cioè cinque porte o quartieri, a riedificare il castello e il borgo lomellino. I lavori, secondo il Casalis, dureranno alcuni pochi mesi e comporteranno una spesa di “ultra quinquagintamilia marcos argenti”, cioè oltre 50.000 marchi di argento. L’anno successivo il ritorno del Barbarossa in Italia provoca l’interruzione degli interventi di ricostruzione di Lomello, abbandonato dalle milizie milanesi. Nel 1164 l’imperatore, che metterà a ferro e a fuoco solo Cairo e la vicina Pieve, decreta che il borgo non debba più essere ricostruito, causandone la divisione della famiglia in molti rami ».

I conti si disperdono nei vari castelli del Comitato lomellino: sebbene conservino il titolo generico di Conti palatini di Lomello, cominciano ad assumere il titolo del luogo specifico di residenza.

« Certamente, ma non solo. Sotto l’aspetto politico, i Palatini voltano le spalle a Milano per passare sotto le insegne dell’imperatore ottenendo in cambio moltissimi privilegi, che saranno confermati anche da Federico II con il diploma emesso nel febbraio 1219 a Spira, città della Renania. Da questo momento la carica di conte palatino diventa onorifica, sebbene le siano associati alcuni particolari diritti, che rimarranno in vigore fino al XVIII secolo, come la creazione dei notai e la legittimazione dei figli naturali, nonché la qualifica di vicari imperiali e il diritto di portar la spada dell’imperatore in Lombardia.

Un primo atto formale di spartizione del patrimonio immobiliare è eseguito nel 1174 da Goffredo e da Rufino. Il primo ottiene Sparvaria, Isolaria, i beni concentrati nella bassa Lomellina, quelli oltre il Po e a Valenza, e altre proprietà disseminate tra Piacenza, Bobbio, Parma e Cremona. Il secondo riceve i possessi nell’alta Lomellina, il castello di Langosco, i beni immobiliari a Pavia e a Milano, le proprietà nel territorio bresciano e altre ancora. Nonostante la dispersione e le divisioni, l’appoggio agli Svevi permetterà ad alcuni rappresentanti della casata di accedere a cariche elevate e talvolta di assumere funzioni di importanza strategica per il partito imperiale. I conti di Lomello compaiono a fianco del Barbarossa sia in un documento del 1164 sia nella pace conclusa nel 1177 con le città della Lega lombarda dopo la battaglia di Legnano del 26 maggio 1176. La rivalità con Pavia, potente alleata dell’imperatore, impedirà però ai conti, ormai non più di Lomello ma di Langosco, di essere adeguatamente ricompensati da Federico, il cui favore si esaurirà, di fatto, in un generico riconoscimento di possessi e diritti. Ai Confalonieri, fedeli seguaci dell’imperatore, vanno i feudi di Candia, Cozzo, Cassolo e Cerano, ai tortonesi Sannazzaro il feudo omonimo e ai conti di Biandrate Gambolò, mentre dai conti di Lomello prendono vita i Langosco, con titolarità anche sul feudo di Mede, i Gambarana e gli Olevano. La vendetta di Milano si abbatterà sulla Lomellina a due riprese, nel 1213 e nel 1222: saranno devastate le rocche di Candia, Galliavola, Gambolò, Lomello, Sartirana, Semiana, Torre Beretti e Valeggio, mentre sarà risparmiata la fedelissima Vigevano.

Nel corso del XIII secolo la famiglia comincia a suddividersi in molte discendenze, che prendono nome dai castelli della Lomellina in cui sono situati i principali domini: nascono i conti di Langosco, di Robbio, di Mede, di Albonese, di Nicorvo e di Rosasco. Il 2 aprile 1311, a Milano, l’imperatore Enrico vii rinnova gli antichi possessi familiari a Filippone, Tommaso ed Ettore di Langosco, Federico, Giuliano e Riccardo di Sparvara, Bonifacio e Uberto di Ceretto, Uberto di Santa Maria, Alberto, Ruffino, Gianone e Opicino di Gambarana, Ruffino, Bonifacio, Galvano Galesio, Folco e Riccardo di Mede, Tommaso di Breme, Filippo di Rosasco, Enrico di Sant’Angelo, Giacomo, Tommaso e Manfredo di Nicorvo. Molti di questi rami si estinguono o decadono rapidamente, mentre altri si conserveranno più a lungo, come quello di Langosco e di Gambarana, tuttora esistenti, di Sparvara e di Cambiò, conservatisi fino al 1769. Il documento imperiale conferma ai conti il privilegio di portare la spada imperiale, ma solo in Lombardia, lo ius constituendi iudices ordinarios (e i notai) in tutto il territorio dell’impero e il permesso di estrarre l’oro dalle sabbie del Po, dalla confluenza del Tanaro sino a quella dell’Agogna (cioè da Gambarana a Balossa Bigli).

Impossibile in questa sede ripercorrere gli innumerevoli eventi storici del xiii secolo che vedono protagonisti i conti lomellini. Vi citerò a parte la figura di Filippone Langosco e della famiglia Lomellini e qui ricorderò solamente che, nella prima metà del Duecento, Rufino ed Enrico, conti di Lomello, gestiranno in qualità di podestà di Vercelli due momenti nevralgici della storia politica della città, che cercheranno costantemente di orientare in senso filoimperiale ».

Le lotte fra Impero e Comuni nel XII e nel XIII secolo rappresentano anche una svolta storica per la Lomellina, che da questo momento cadrà sotto l’influenza diretta di Pavia.

« Al Comune pavese, solido alleato degli Svevi, è riconosciuta la giurisdizione sui paesi della contea lomellina alla destra del Ticino. Il suo controllo sarà esercitato nei secoli a venire, fino al 1707, quando quasi l’intera Lomellina passerà ai Savoia malgrado le vibranti proteste dei pavesi. L’estimo del 1250, pubblicato e commentato da Renato Sòriga nel 1913, conferma che il florido Comune pavese è diviso in tre grandi zone: Lomellina, Oltre Po e Terre poste fra Milano, Pavia e Lodi. Ciascuna forma una giurisdizione a sé, vigilata da consoli di giustizia detti de Ultrapado e de Lomellina, che a Pavia conservano particolari libri per registrare i bandi, le condanne e le contribuzioni da riscuotere.

Le terre nominate sotto la voce “Lomellina” sono 140, comprese alcune del Casalese e del Valenzano su cui avevano esteso il loro dominio i conti di Lomello, mentre sono escluse le terre che formeranno per lunghi secoli il Siccomario, il verziere di Pavia. Vi anticipo, per chiudere il ragionamento, che l’unità della regione lomellina sarà spezzata nel 1532 dal duca Francesco II Sforza, che due anni prima aveva ottenuto da papa Clemente vii la creazione della diocesi: a Vigevano, eretta a città, farà capo il Contado di Vigevano o Vigevanasco comprendente le terre di Cassolnovo, Cassolvecchio e Villanova (oggi nel Comune di Cassolnovo), Gambolò, Gravellona, Cilavegna, Nicorvo, Robbio, Confienza, Palestro e Vinzaglio (oggi in provincia di Novara) ».

Palazzo Nicolosio Lomellini
Palazzo Podestà o di Nicolosio Lomellini, a Genova

Dalla Lomellina alla Riviera ligure

Gandolfo da Lomello, nipote del conte palatino Luciano, fu il capostipite della famiglia “Lomellini” di Pegli, in cui s’insediò nel 1102. La fortuna di Gandolfo, detto “Lomellino” a seguito della sua provenienza, prese avvio dalle nozze con la figlia di Guglielmo Embriaco, ingegnere e ammiraglio che nel 1099 partecipò alla conquista di Gerusalemme. La sua morte, avvenuta nel 1102, lasciò campo aperto al genero, la cui famiglia crescerà d’importanza sia per un’avveduta politica economica sia per lasciti e donazioni.

Alcuni dei suoi rappresentati occuparono cariche significative nella storia della Repubblica di Genova: Leonardo sarà governatore della Corsica prima dal 1369 al 1370 e poi dal 1393 al 1394, e conte feudale dell’isola dal 1401 al 1409. Dogi di Genova saranno Giambattista, eletto il 4 gennaio 1533, Giannotto (10 ottobre 1571), Giacomo (16 giugno 1625), Giambattista (24 luglio 1646), Stefano (29 marzo 1752), Agostino, figlio di Bartolomeo (10 settembre 1760), e Giuseppe (4 febbraio 1777).

Il doge più celebre fu Giambattista Lomellini (Genova, 1460 – Genova, 1537). Figlio di Gerolamo e di Tobietta Doria, ricoprì dal 1516 importanti incarichi istituzionali per la Repubblica. Per le sue qualità diplomatiche fu scelto come accompagnatore del doge Ottaviano Fregoso nell’incontro con il re di Francia, Francesco I, svoltosi a Milano. Sostenne l’ammiraglio Andrea Doria contro la dominazione francese. Nell’agosto 1530 accolse l’imperatore Carlo V d’Asburgo al suo arrivo al porto di Vado, offrendogli in omaggio le chiavi della città del ponente ligure. Le sue spiccate capacità lo porteranno il 4 gennaio 1533 alla massima carica repubblicana, la quarantottesima: nel suo biennio dogale ricevette ancora, con grande solennità, Carlo V a Rivarolo e ricucì i rapporti commerciali con la Francia. Nel 1537, come ambasciatore e oratore della Repubblica, partecipò a Savona all’incontro con papa Paolo III.

Nel XVIII secolo i Lomellini alienarono i patrimoni di Pegli ritirandosi a Genova, dove oggi portano il loro nome una via, diversi palazzi (Villa Lomellini Rostan, palazzo Giacomo Lomellini, palazzo Baldassarre Lomellini o palazzo Campanella, palazzo Lomellini-Dodero, palazzo Filippo Lomellini, palazzo Lomellini-Doria Lamba, palazzo Bartolomeo Lomellini, palazzo Nicolò Lomellini, palazzo Lomellini-Serra e palazzo Podestà o di Nicolosio Lomellini), una scuola media inferiore e un asilo nido.

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