Ludovico il Moro Sforza, Vigevano e Mortara

Dal capitolo “Intrighi e capolavori nella “città ideale” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Il Rinascimento in Lomellina è legato al nome di Ludovico Maria Sforza detto il Moro, il quale, a sua volta, rimanda al genio immortale di Leonardo da Vinci. La luce della corte sforzesca si riverbera distintamente anche in Lomellina.

« La dominazione sforzesca segna il periodo di massimo splendore per la nostra terra. Da allora in particolare Vigevano e Mortara rimarranno vincolate per sempre al nome del futuro duca di Milano, nato proprio nel castello di Vigevano il 27 luglio 1452 e nominato conte di Mortara all’età di 15 anni. Gli Sforza e la loro corte costruiscono e ripristinano numerosi castelli con funzione non solo difensiva, ma anche residenziale. L’edilizia urbana ne riceve notevole impulso e, nel volgere di pochi anni, molti borghi si sviluppano più di quanto sia avvenuto nell’intero millennio precedente. Le famiglie nobili milanesi, sull’esempio della corte ducale, scelgono di costruirsi una residenza in campagna. Lo stesso Moro considererà sempre la città natia come seconda capitale del ducato, elevandola addirittura a “città ideale”, e utilizzerà Mortara come “casa di caccia” privilegiata ».

Ora, professore, è opportuna un’introduzione relativa alla figura del duca di Milano più celebre e controverso, noto per il suo mecenatismo nelle arti e la sua doppiezza in politica.

Sforza Ludovico
Ludovico Sforza detto il Moro

« Ludovico è il quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti. Sarà duca di Milano dal 1480 dal 1494 come reggente e poi come titolare fino al 1499. Quando il padre Francesco muore nel 1466, diventa duca il primogenito Galeazzo Maria, fratello maggiore di Ludovico, che sarà assassinato nel 1476. Gli succede il figlio Gian Galeazzo Maria, di soli sette anni, ma Ludovico tenterà di opporsi alla reggenza di Bona di Savoia, madre di Gian Galeazzo Maria, con l’aiuto del fratello Sforza Maria. Va ricordato che in quegli anni il ducato è controllato da Cicco Simonetta, consigliere di fiducia di Bona e titolare del feudo di Sartirana. Ludovico e il fratello cercano di sconfiggerlo con le armi, ma Sforza Maria muore, forse avvelenato, a Varese Ligure, mentre Ludovico è costretto all’esilio a Pisa. La vittoria per Ludovico arriva nel 1480, quando si riconcilia con la cognata Bona e fa condannare a morte Simonetta, giustiziato a Pavia. Subito dopo, la vendetta si abbatterà anche sulla principessa savoiarda, costretta a lasciare Milano per il castello di Abbiategrasso. Ludovico assume la reggenza in nome del nipote e, per i successivi diciannove anni, guiderà il ducato che fu dei Visconti.

Muovendosi in modo accorto fra alleanze e tradimenti, e avvantaggiandosi delle rivalità fra gli Stati italiani, Ludovico riesce a ottenere una certa supremazia per Milano. Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, conclude alleanze con il fiorentino Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, con il re di Napoli, Ferdinando I, e con papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. La nipote di Ferdinando, Isabella d’Aragona, va sposa a Gian Galeazzo Maria, mentre il fratello di Ludovico, Ascanio, è creato cardinale: sarà vescovo di Pavia dal 1479 al 1505 e, il 29 giugno 1488, poserà la prima pietra del duomo disegnato sull’area delle due cattedrali medievali di Santo Stefano e di Santa Maria del Popolo. Nel 1491 Ludovico sposa Beatrice d’Este, figlia del duca di Ferrara Ercole I d’Este, da cui avrà Massimiliano e Francesco ».

Per inciso: perché il matrimonio di Gian Galeazzo e di Isabella, celebrato il 2 febbraio 1489, rimarrà nella storia? E quale sarà la fine della coppia ducale?

« I festeggiamenti, che dureranno più di un anno, comprendono la celeberrima rappresentazione dell’opera musicale “Festa del Paradiso”, tenutasi il 13 gennaio 1490. Il testo poetico è composto da Bernardo Bellincioni, mentre le scene sono realizzate da Leonardo. Dopo la celebrazione del rito religioso, gli sposi stabiliscono la residenza a Milano, alla Rocchetta del Castello Sforzesco, ma con la nascita dei figli, fra cui il futuro duca Francesco, si trasferiranno prima a Vigevano e poi a Pavia. Gian Galeazzo, che è ancora formalmente il duca, si occupa attivamente degli svaghi della vita ducale e della famiglia, affidando sempre più gli incarichi di governo allo zio Ludovico.

2 Cozzo affresco
Carlo VIII arriva al castello di Cozzo per incontrare Pietro Gallarati e la moglie

Ma all’interno della famiglia si scatenano le lotte di potere. Isabella invoca l’intervento del nonno Ferdinando perché l’effettivo controllo del ducato sia restituito al marito, ma Ludovico si allea con l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo e con il re di Francia, Carlo VIII. Il primo, dietro pagamento di un’ingente somma di denaro, concede il titolo di duca al Moro, legittimando così l’usurpazione, e sposa Bianca Maria, sorella di Gian Galeazzo. L’11 settembre 1494 il re di Francia arriva ad Asti ricevuto con tutti gli onori da Ludovico, che un mese più tardi non avrà più rivali: il 22 ottobre il nipote Gian Galeazzo muore, non senza i consueti sospetti di avvelenamento. »

Professore, prima di arrivare all’ambito lomellino, ci può delineare in sintesi la fine del Moro, che il lomellino Pollini definirà “mostro morale”?

« Dopo un ventennio di rovesciamenti di alleanze militari e di intrighi politici, lo Sforza deve affrontare gli antichi alleati francesi. Carlo VIII muore nel 1498 e il suo successore Luigi XII, nipote di Valentina Visconti, avanza pretese dinastiche sul ducato di Milano accordandosi con Venezia, eterna rivale degli Sforza. Nel settembre 1499 i due alleati, grazie anche alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse imposte dal Moro, conquistano il ducato. Ludovico si rifugia a Innsbruck dall’imperatore Massimiliano e, l’anno successivo, tenterà di riappropriarsi di Milano, ma il 10 aprile a Novara sarà tradito dalle truppe svizzere. Cercherà di fuggire travestito da svizzero, ma sarà catturato dai francesi e imprigionato nel castello di Loches, nella Loira, dove morirà nel 1508 ».

Arriviamo all’intenso rapporto fra il duca e le belle arti, l’architettura e la cultura, senza dimenticare l’interesse per il mondo agricolo. E sappiamo che si deve al Moro l’introduzione delle risaie in Lomellina, oggi con il Pavese prima regione produttrice d’Europa.

« Lo storico Bernardino Corio, che scrive alla fine del XV secolo, riassume: “Qui vi sono storici, umanisti e poeti, architetti e pittori fisici e astronomi o molte di queste cose insieme, eccellentissimi in tutte le arti e scienze”. Sotto la reggenza del Moro, Milano e il suo ducato vivono un periodo d’oro: la corte ducale è animata da artisti celeberrimi come Leonardo e Bramante, e da decine di pittori, musicisti e poeti. Il genio vinciano ritrae due amanti di Ludovico: Cecilia Gallerani, nel famosissimo dipinto della Dama con l’ermellino, conservato a Cracovia, e Lucrezia Crivelli, dama della moglie Beatrice d’Este, nella Belle Ferronnière, oggi al Louvre di Parigi (esponente della famiglia dei feudatari di Lomello). Inoltre, il Moro commissiona a Bramante la ricostruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, nel cui refettorio Leonardo vi affresca il celeberrimo Cenacolo.

Cecilia
Cecilia Gallerani, la dama con l’ermellino

Nello stesso periodo sono realizzate molte opere di ingegneria civile e militare, come canali e fortificazioni, e la coltivazione del gelso, legata alla produzione di tessuti di seta, diventa elemento fondamentale dell’economia lombarda. A questo proposito vi è anche l’ipotesi che il soprannome Moro sia collegabile al nome del gelso, chiamato in latino morus e trasformatosi in dialetto lomellino in murón. La pensa così Alessandro Visconti, storico del diritto e autore di una Storia di Milano (1937).

Ai duchi Sforza è legata, soprattutto per noi lomellini, l’introduzione della coltivazione del riso. Alla metà del XV secolo il marchese di Mantova, Federico I Gonzaga, consegna diversi sacchi di riso trasportati dall’Oriente a Galeazzo Maria Sforza, promesso sposo di sua sorella Susanna, poi rimpiazzata da un’altra sorella, Dorotea, a causa di una malattia ereditaria. La prima e sicura documentazione della coltura del riso nella Pianura padana è costituita da due lettere scritte nel settembre 1475 da Galeazzo Maria, che invia in dono a Ercole I d’Este, duca di Ferrara, dodici sacchi di riso coltivato nella tenuta di Villanova di Cassolnovo (Cassolo Vecchio), sulle sponde del Ticino. E nel 1490, non a caso, Beatrice, figlia di Ercole, preparerà per il marito Ludovico un dolce a base di riso, mandorle, canditi e acqua di rose. A dispetto di grida e di proclami che proibiscono l’esportazione del riso fuori dal ducato di Milano, in pochi decenni la risicoltura si estenderà da Vigevano a Mantova, Cremona, Brescia, Novara, Vercelli, Saluzzo, Bologna, Ravenna, Padova, Treviso, nel Polesine e in Toscana. Tuttavia, sebbene la particolare conformazione del terreno, ricco di acque superficiali e poco profonde, si riveli subito adatta alla coltivazione del nuovo cereale, la diffusione delle risaie in Lomellina rimarrà limitata fino al xviii secolo.

Strettamente connessa al riso è la costruzione di canali irrigui, indispensabili per la sommersione delle risaie, promossa dagli Sforza in modo costante e convinto. Nel penultimo decennio del XV secolo Gian Galeazzo e la madre Bona autorizzano la concessione d’uso a scopo irriguo delle acque del Naviglio, poi noto come Sforzesco, costruito per portare le acque nella nascente tenuta della Sforzesca, e il permesso di fabbricare mulini da alimentarsi con le acque dello stesso Naviglio. Nel 1480 i duchi firmano l’autorizzazione per la costruzione di una strada diretta al porto sul Ticino, oltre ad alcuni provvedimenti finalizzati a preservare Vigevano dal contagio della peste. Nel 1481 arrivano la riduzione di tasse sul “sussidio bellico”, cioè il contributo alle spese militari pagato dai cittadini del ducato, e il permesso di cacciare i lupi che infestano la zona.

Quell’anno, però, passa alla storia per l’inizio della costruzione di una grande opera idraulica, la roggia Mora, dal soprannome di Ludovico: opera impreziosita dalla mano di Leonardo. La concessione per la derivazione di acque dal Sesia, già incanalate in un corso d’acqua artificiale risalente al XII secolo, serve per irrigare la Sforzesca, a sud di Vigevano, e le tenute ducali di Cassolnovo e di Villanova. La roggia derivata a Prato Sesia costituisce, al pari dei Navigli di Milano, uno dei più antichi esempi di “interconnessione” di fonti idriche diverse. Alimentata da un fiume soggetto a forti e prolungate carenze idriche, e destinata a fornire, per esigenze dei mulini e delle irrigazioni, una portata il più possibile costante e sicura, la Mora è in grado di intercettare le portate utili di tre torrenti (Strona, Agogna e Terdoppio) lungo un percorso di circa sessanta chilometri a cavallo di Novarese e Lomellina ».

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