Vigevano fra Ludovico e Leonardo

Dal capitolo “Intrighi e capolavori nella “città ideale” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda (e ultima)

Ora arriviamo a Vigevano, la città nel cuore del Moro, il quale concepisce il progetto di una vasta tenuta di caccia e con valenza produttiva nella valle del Ticino. Al centro, una cascina a pianta quadrata.

Vigevano Sforzesca
La “villa Sforzesca”, nell’omonima frazione di Vigevano

« Il Moro intende la Sforzesca, sua prima realizzazione in ordine cronologico, come centro di raccolta e di organizzazione delle copiose entrate prodotte dal territorio attraverso attività sperimentali di coltivazione e di allevamento, tra cui l’introduzione del riso e del gelso (murón in dialetto lomellino) con il baco da seta. In realtà, già Francesco I Sforza era stato attirato a tal punto dalla valle selvosa del Ticino, ricca di attrattive per la caccia, che nel 1463 il Comune di Vigevano gli aveva donato 2.000 pertiche di terreno, che costituiranno il nucleo della “villa Sforzesca”. La proprietà si amplierà nel 1485 grazie a una donazione del Comune di Gambolò a Ludovico, che riceve nuovi terreni separati dagli originari possedimenti sforzeschi da terre appartenenti all’ospedale San Matteo di Pavia.

Nel 1486 il Moro ottiene dall’ente ospedaliero questi terreni in affitto perpetuo e, l’anno successivo, darà l’avvio alla costruzione di una “villa” che, nei suoi progetti, sarebbe dovuta diventare il nuovo modello di azienda agricola in grado di riunire quelle attività rurali (bonifiche e irrigazione, coltivazioni del gelso, allevamento di bovini e di ovini) già svolte dal 1480 su altri terreni sforzeschi. Il progetto è a firma di Guglielmo da Comino, che riorganizza una serie di abitazioni nobiliari, masserie, ricoveri per animali da allevamento e depositi entro un grande cascinale quadrangolare a corte chiusa noto come Colombarone, a sua volta di derivazione conventuale e autentico prototipo per la successiva architettura rurale lombarda. Di sicuro impatto scenico sono le quattro torri angolari, i cui segmenti di unione sono utilizzati come stalle o depositi. Le casette a schiera, prospicienti su un’unica strada, l’attuale via dei Fiori, sono destinate a ospitare i salariati.

Leonardo
Leonardo da Vinci

E anche in quest’occasione c’è la mano di Leonardo, cui spetta il progetto della rete dei canali d’irrigazione e delle opere di regolazione delle acque, giunto fino a noi attraverso i manoscritti del Codice H. L’“uomo universale” si occupa della deviazione delle acque della roggia Mora e del Naviglio verso la tenuta agricola modello, ideata per superare quelle fino ad allora conosciute. Nel 1494 il Moro aumenta la superficie del fondo, che sarà offerto in dono a Beatrice, acquistando 1.578 pertiche milanesi da centosessanta piccoli proprietari locali. In questo modo la villa Sforzesca arriverà a coprire l’eccezionale superficie di 958 ettari (14.370 pertiche). Dopo la morte della moglie, il 29 gennaio 1497, la tenuta sarà ceduta ai Frati domenicani di Santa Maria delle Grazie, che a Milano custodiscono il sacello della duchessa.

Sempre in ambito agricolo, il Moro favorisce la costruzione del famoso “molino della Scala”, la cui originale soluzione di alimentazione idraulica suscita l’attenzione di Leonardo: un suo appunto riportato nel Codice Atlantico e nel Codice Hammer descrive nel dettaglio la “scala d’acqua”. Poi vedono la luce i mulini di Mora alta e di Mora bassa (quest’ultimo oggi sede dell’associazione “La città ideale”), vari essiccatoi e una cascina coeva e poco distante dal Colombarone, destinata all’esperimento di allevamento di pecore importate dalla Linguadoca in grado di fornire una pregiata qualità di lana. L’esperimento fallirà e le pecore non scamperanno al nuovo ambiente e al nuovo clima, ma cascina Pecorara, sebbene soppiantata da una costruzione settecentesca, sopravvivrà allo scopo per cui era stata realizzata ».

 Piazza Ducale è una delle più affascinanti d’Italia. L’ideazione e la decorazione sono opera del Bramante. Leonardo, l’“uomo universale”, anche se non partecipa direttamente ai lavori, lascerà disegni e testimonianze scritte nei suoi famosi codici d’appunti.

«Abbiamo già detto che Ludovico trasforma il borgo natio in residenza estiva, in delizioso soggiorno per gli svaghi e gli ozi della corte ducale: il castello è adibito a dimora di prestigio grazie all’opera di artisti come Bramante, la piazza Ducale in scenografico spazio libero da case e da edifici, regale atrio d’ingresso al castello. Piazza Ducale, realizzata fra il 1492 e il 1494, rappresenta uno dei primi modelli di piazza rinascimentale sul modello del forum romano e uno dei migliori esempi dell’architettura lombarda del XV secolo. Il Moro ordina l’esproprio di numerose abitazioni, i cui proprietari saranno largamente ricompensati, lungo la via nota come “quartiere dei mercanti” in virtù della secolare presenza di bancarelle fisse e di ambulanti, chiamati da Bianca di Savoia già dal 1381. La piazza si presenta come un rettangolo irregolare di 134 metri di lunghezza e 48 di larghezza, edificato originariamente su tre lati ricavati ai piedi del settore settentrionale del castello. Il perimetro è occupato da una sequenza di porticati sorretti da settantanove colonne di granito, sotto cui s’insediano le botteghe dei commercianti di lana e di seta. Questa categoria produttiva era stata beneficata nel 1488, quando mercanti e artigiani lanieri furono esentati “in perpetuo” dal pagamento di ogni tassa.

In corrispondenza della torre comunale, detta del Bramante, si apre anche l’ingresso nobile al castello, da cui si diparte un lungo piano inclinato, poi sostituito dallo “scalone” tuttora esistente. Questo torrione difensivo, fatto costruire probabilmente nel 1157 dai Pavesi a difesa della porta principale del primitivo borgo, si era trasformato in “torre comunale” pochi anni prima diventando l’embrione di quello che, in età moderna, sarebbe stato il simbolo della città stessa. Il quarto lato sarà chiuso, quasi due secoli dopo, dalla facciata barocca della cattedrale, opera del vescovo-architetto Juan Caramuel Lobkowitz (1606-1682) ».

Gli stessi Bramante e Leonardo sono coinvolti nella realizzazione del castello, situato nella parte più alta di Vigevano e uno dei più grandi, per estensione, complessi fortificati d’Europa.

«La struttura conserva tuttora intatto il fascino rinascimentale. Ricordiamo che i lavori si concludono fra il 1492 e il 1494: le lussuose sale sono interamente affrescate, gli appartamenti ducali, le capienti scuderie per ospitare cavalli, il grande cortile in cui si svolgono tornei e giostre sono pronti per ospitare la corte ducale, re e imperatori, come Carlo VIII, re di Francia e, agli inizi del XVI secolo, l’imperatore Carlo V d’Asburgo. Quando il Moro decide di rafforzare il maschio centrale, il ciglio del rilievo è già difeso da alte mura, intervallate da altre costruzioni come due delle tre scuderie tuttora esistenti e il prestino ducale.

Vigevano castello
Il Castello visconteo-sforzesco di Vigevano

Altre attenzioni sono riservate alla rocca orientale, collegata al maschio centrale dalla ben nota “strada coperta” di viscontea memoria. Sono ricostruiti e rinforzati i “terraggi”, cintura muraria esterna in cima alla quale corre ora un cammino di ronda. Lo Sforza non esita a far abbattere e a far ricostruire all’esterno delle nuove mura due antiche chiese: San Bernardo a porta Novara e Santa Margherita, cioè la Madonna del Carmine, nei pressi della strada per Gambolò. Vi ricordo, per inciso, che nel 1476 Galeazzo Maria, pochi mesi prima della morte, aveva concesso a Vigevano di realizzare il sopralzo del rivellino d’ingresso al castello e di dotarlo di campane ».

Una limpida eco del Rinascimento sforzesco è giunta sino a noi: dal 1970 Mortara, altra località prediletta dai duchi di Milano, celebra il Palio dell’oca in cui Ludovico e Beatrice sono celebrati con tutti gli onori.

« Secondo la leggenda fu proprio Beatrice a utilizzare le pedine umane nel gioco dell’oca, inventandone le regole con l’aiuto dei buffoni di corte. Il Palio nacque a contorno della già esistente Sagra del salame d’oca: come scenario storico s’immaginò che i giochi rievocati avessero luogo a Mortara, feudo personale di Ludovico tra il 1467 e il 1489, per intrattenere Beatrice durante le battute di caccia nelle selve della Lomellina. L’ultima domenica di settembre il corteo storico delle sette contrade e della sfarzosa corte precede la gara degli arcieri, chiamati a far muovere le pedine viventi sul percorso del gioco dell’oca».

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