Pieve del Cairo libera il futuro papa Leone X

Dal capitolo “Il Po e la libertà” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Professore, nel XVI secolo Cairo e la sua Pieve diventano celebri per la liberazione del cardinale de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone X. Perché il porporato si trovava in Lomellina?

« È necessaria, come al solito, un’inquadratura storica del momento per arrivare al nostro “particulare”. Nel 1510 si scioglie la Lega di Cambrai, che aveva l’obiettivo sia di contrastare le mire espansionistiche del re di Francia, Luigi XII, sia di “liberare l’Italia”, cioè di porre fine all’occupazione francese del ducato di Milano. Il 1° ottobre 1511 papa Giulio II, la Repubblica di Venezia, Ferdinando ii d’Aragona e i cantoni svizzeri stipulano l’accordo noto come Lega santa: il bersaglio è sempre il sovrano francese. Enrico VIII, re d’Inghilterra, ne farà parte dal novembre 1511 dopo il matrimonio con Caterina d’Aragona, figlia di Ferdinando, e anche l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, nel 1512, abbandonerà l’alleanza con la Francia per unirsi alla Lega santa.

De Foix Ravenna
Gastone de Foix alla battaglia di Ravenna

I due eserciti si scontrano a Ravenna, passata nel 1509 sotto il controllo dello Stato Pontificio, l’11 aprile 1512, giorno di Pasqua. Complessivamente si battono 62.100 soldati: 34.700 della Lega santa, guidata dal viceré di Napoli, Raimondo de Cardona, e 27.400 franco-tedeschi, al comando di Gastone de Foix Nemours. La Lega santa è attaccata dai francesi, sostenuti dall’artiglieria di Alfonso I d’Este. Il varco spagnolo di tredici metri, anziché essere sfruttato da chi lo ha predisposto, è utilizzato dal comandante francese che vi troverà, con la vittoria del suo esercito, anche la morte. La battaglia, cruentissima, infurierà dalle ore 8 alle ore 16 e lascerà sul campo circa 5.000 soldati di entrambi gli schieramenti ».

Qual è il ruolo del cardinal de’ Medici e quale sarà il suo destino al termine dello scontro?

« Il cardinale è legato pontificio e, dunque, rappresenta direttamente papa Giulio II alla battaglia di Ravenna. Dopo la vittoria dell’esercito di Luigi xii è fatto prigioniero e affidato al cardinale Federico Sanseverino. Ricordiamo che questo porporato, dopo essersi opposto a Giulio ii, era stato incarcerato con altri cardinali in Castel Sant’Angelo finché era riuscito a fuggire con altri quattro cardinali e a raggiungere Milano per mettersi sotto la protezione francese. Seguendo il cardinale Bernardino López de Carvajal, firma la convocazione del concilio di Pisa del 1511, che depone Giulio ii sostituendolo con lo stesso Carvajal. Giulio II risponde con la scomunica di quest’ultimo, del Sanseverino e degli altri cardinali ribelli. Il 30 gennaio 1512 il papa depone da ogni carica cardinalizia Sanseverino, che rimane nella scia del re di Francia, Luigi XII, i cui tentativi di deporre Giulio ii, peraltro, risulteranno vani.

Dunque, ritornando a Ravenna, il de’ Medici è portato a Milano per essere usato come ostaggio durante i negoziati di pace con il pontefice. Qui è ospite di Sanseverino, grazie al quale intesse rapporti con la nobiltà milanese ostile al re di Francia, in particolare con il condottiero milanese Gian Giacomo Trivulzio, che era stato molto vicino a suo padre, Lorenzo il Magnifico. Proprio a Milano il cardinale, che fra l’altro può assolvere i soldati francesi dalla scomunica papale, raccoglie una consistente quantità di denaro da utilizzare nella progettata fuga prima di arrivare in territorio francese. Il piano prevede che la guardia si dimostri compiacente e che il re di Francia non possa venire a conoscenza del diretto coinvolgimento di Sanseverino e di Trivulzio ».

Ora è indispensabile capire di più sulla liberazione del cardinale, magari abbeverandoci agli storici che nei secoli hanno lasciato una traccia di questo episodio, che avrà un’importante appendice nel 1516 con la concessione del doppio giubileo perpetuo.

« Una precisazione è d’obbligo. Il lavoro di ricerca più ampio e meticoloso è stato svolto solo pochi mesi fa da Mario Angeleri, affiancato da Marco Galandra e da Franco Minonzio. L’episodio del 1512 è stato sviscerato nel convegno di studi tenutosi il 2 giugno 2012 a Pieve del Cairo, nel Salone dei convegni del castello Beccaria, a cura della locale associazione culturale “Aldo Pecora”. Il volume che ne raccoglie gli atti costituisce la summa più aggiornata e ricca di spunti sulla liberazione del de’ Medici in terra lomellina. Sarebbe imperdonabile non attingere a questo libro per raccontarvi le numerose versioni del fatto storico.

Prima di addentrarci nelle varie interpretazioni della vicenda, è opportuno presentare le conclusioni cui è arrivato Angeleri. Il cardinale e i suoi sostenitori ritengono che si debba passare il Po per creare una barriera naturale capace di rallentare l’eventuale tentativo di riacciuffare il fuggitivo. Nella zona fra Pieve del Cairo e Gambarana esiste da tempo un guado, che potrebbe essere sfruttato da Rinaldo Zatti, capitano di ventura in pensione che “ha in odio i Francesi e ama i Medici”. L’abate Buongallo, molto vicino al cardinale, interviene con promesse e forse anche con elargizioni, per motivare il capitano e i suoi “villani armati”, chiamati, al momento del passaggio sul Po, a fare quel tanto di “romore” che spaventerà i francesi facendoli scappare senza preoccuparsi del prigioniero “raccomandato”. “In realtà probabilmente solo i capi hanno partecipato alla combine, i villani hanno semplicemente eseguito, ignari di quanto fosse stato concordato ad alto livello – scrive Angeleri. – Ma allora la bolla del giubileo del 1516? Qualcuno potrebbe sostenere che la bolla, tra l’altro un po’ tardiva e che si ‘autofinanziava’, sarebbe stata un modo significativo e soprattutto compatibile con il nuovo ruolo di pontefice di Giovanni, utile per avvalorare la tesi dell’atto eroico che perciò merita ricompensa e per escludere la responsabilità del cardinale Sanseverino, da poco riabilitato dallo stesso Leone x, e del Trivulzio, sempre più in difficoltà con il re di Francia”.

Giovanni de’ Medici, dopo il passaggio del Po, torna a Roma, viene inviato da papa Giulio II a Bologna e il 14 di settembre dello stesso anno, in qualità di legato per la Toscana, entra a Firenze grazie al viceré di Napoli, Raimondo Cardona. I Medici tornano al governo della città dopo un esilio durato diciotto anni. Il mese di marzo 1513 sarà da incorniciare per il figlio di Lorenzo il Magnifico: il 9 è eletto papa, il 15 è ordinato sacerdote, il 17 consacrato vescovo e il 19 incoronato sul trono di Pietro ».

Chi parlerà per primo del fatto avvenuto il 6 giugno 1512 sulle sponde lomelline del Po? Si conosce qualche testimone o qualche documento di prima mano?

« Il vicentino Luigi da Porto, capitano della cavalleria della Repubblica di Venezia, scrive una serie di lettere fra il 1509 e il 1528 su fatti di cui è stato testimone oculare o raccontatigli da testimoni oculari. La lettera “pievese” conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano è rimasta inedita fino al 1815, quando fu pubblicata da Carlo de’ Rosmini. Il cardinale de’ Medici arriva a Pieve del Cairo con una scorta di una cinquantina di arcieri francesi per passare il Po. Un abate arringa i pievesi, fra cui ci sono il “pavese” Rinaldo Zazzo e Ottaviano Isimbardi, parente dei Malaspina (Malespini), “huomini di gran ardire” che liberano il cardinale e lo portano in un castello di Barnabò Malaspina e poi a Rivanazzano (“riva d’Amazano”), a Piacenza e infine a Mantova. Ma un dubbio sorge in relazione alla data: da Porto inquadra i fatti nel mese di maggio, mentre nella bolla papale si legge il mese di giugno.

Negli stessi anni Raffaello Sanzio, che sta affrescando le Stanze vaticane, è chiamato a celebrare il pontificato di Leone X. La Liberazione di San Pietro dal carcere, nella Stanza di Eliodoro, secondo molti storici dell’arte sottintende il fatto avvenuto a Pieve del Cairo. Ancora, nel 1515 il papa commissionerà al genio urbinate dieci cartoni, cioè disegni preparatori, per gli arazzi sul tema degli Atti degli Apostoli. In particolare, la bordura inferiore dell’arazzo che rappresenta la Guarigione dello storpio riporta due scene: la prima, a destra, mostra il cardinal de’ Medici prigioniero alla battaglia di Ravenna; la seconda, la liberazione avvenuta a Pieve del Cairo.

Poi, ovviamente, arriviamo alla bolla del 20 agosto 1516 con cui Leone X concede alla comunità di Pieve del Cairo il doppio giubileo perpetuo, lucrabile da parte dei fedeli la prima domenica del mese di giugno (“die Dominica prima mensis Juni, in quo ab ipsis hostibus liberati fuimus”) e alla festa della Natività di Maria, a settembre. Nel documento papale sono nominati lo Zatti, don Giacomo Antonio Laboranti, parroco della Pieve, Bernardino Zatti e i loro eredi, come beneficiari dei proventi derivanti dal Giubileo. La conferma della presenza di una famiglia Zatti a Pieve del Cairo è contenuta nel resoconto di una visita pastorale del 1562, in cui si parla di una cappella di San Cristoforo situata nella chiesa parrocchiale di Pieve del Cairo, presso il cui altare è sepolto il corpo del capitano Raynaldus de’ Zaciis. In un’altra visita del 1565 si parla del suo testamento e dei suoi eredi.

Le altre testimonianze vicine alla data dell’evento appartengono ai fiorentini Luca Landucci e Bartolomeo Cerretani, a Giovan Andrea Prato, a Francesco Vettori, a Filippo Nerli e al pratese Jacopo Modesti. Per questi storici il cardinale era tornato in libertà grazie all’aiuto dell’amico cardinale Sanseverino e alla guardia poco attenta, se non addirittura compiacente, dei francesi che lo dovevano custodire. Discorso a parte per Antonio Grumello, rappresentante di una nobile famiglia di Galliavola che prende il nome dalla località fra Galliavola e Lomello scomparsa fra il XVIII e il XIX secolo. Il suo manoscritto, datato 1530, rimarrà inedito fino al 1856, quando Joseph Müller, professore dell’Università degli studi di Pavia, lo rinverrà nella biblioteca privata del principe Emilio Barbiano di Belgioioso dandolo alle stampe. Secondo Grumello, Gian Jacopo Trivulzio si rifugia nel suo castello di Bassignana e il de’ Medici procede davanti all’esercito francese che si è acquartierato a Gallia fino all’argine del Po, che allora passava a pochi metri e a nord dell’attuale Mezzana Bigli. Il de’ Medici avrebbe dormito a Pieve del Cairo e si sarebbe trovato a pranzare con i gentiluomini pavesi “Rinaldo Zazo” e “Octaviano Sinbardo”, che decidono di entrare in azione al porto del Po, quando il cardinale è tra gli ultimi a traghettare. Il legato papale è portato a cavallo a Godiasco, al castello dei “Malespine”, dove rimarrà qualche giorno.

De' Medici chiesa
La liberazione del cardinal de’ Medici dipinta sulla facciata della chiesa parrocchiale di Pieve del Cairo

Nel 1540 Francesco Guicciardini, nella sua Storia d’Italia, racconta che Giovanni de’ Medici, dopo aver pernottato a Pieve del Cairo, il mattino seguente mentre sta salendo sulla barca per traghettare il Po viene salvato da “certi paesani” di Pieve del Cairo e dal loro capo Rinaldo Zallo, che si era “accordato” nottetempo, con i “familiari” del cardinale, mentre i francesi “spaventati e timorosi di ogni accidente, sentito il romore, attesono più a fuggire che a resistere”. Il prigioniero è liberato senza spargimento di sangue. Nel 1548 viene pubblicata la versione in latino dell’umanista Paolo Giovio, molto vicino ai signori di Firenze, tanto che il libro Vita Leonis Decimi è dedicato al duca Alessandro de’ Medici. Nella sua versione, il prigioniero arriva a Pieve del Cairo e accusa (o simula) una leggera indisposizione tale da giustificare un pernottamento nel paese, che gli viene “facilmente” accordato. Di notte manda il fido abate Bongallo a cercare qualcuno che lo possa salvare: lo trova in Rinaldo Zatti, “miles veteranus equestri natus familia”, che dispone di decine di contadini alle sue dipendenze. I soldati francesi sono in gran parte ubriachi e assonnati, e custodiscono il prigioniero negligentemente. Zatti, di sentimenti filomedicei, accetta a condizione di riuscire a convincere anche il Visimbardo, cioè Ottaviano Isimbardi.

Il capitano Zatti manda un servitore all’osteria a cercare l’abate Bongallo per confermare che il piano è approvato. Il servitore, però, non si rivolge al Bongallo, ma a un abate francese, che s’insospettisce facendo partire anzitempo il convoglio. Il cardinale, comunque, è informato della mobilitazione dei pievesi e cerca di ritardare la partenza. Dopo che molti francesi sono già passati sulla sponda destra del Po, “haveva già toccato co’ piedi dinanzi della mula la sponda del naviglio, quando il romore udito dalle spalle, e la squadra di quei che venivano da lui veduta, gli fecero tirar indietro la mula”. L’intervento di Zatti e dei suoi contadini salva il legato, che viene travestito da soldato e trasportato nel castello di Bernardo Malaspina, parente di Isimbardi. Il nobile, però, sostenitore dei francesi, imprigiona il cardinale in una colombaia e chiede consigli al Trivulzio, che da “grave e veramente italiano capitano” suggerisce la liberazione di de’ Medici alla luce della rotta delle truppe di Luigi XII. Così Malaspina libera il legato papale facendo credere che sia sfuggito grazie al tradimento di alcuni servitori. Con l’aiuto di un prete arriva a Voghera e da lì con veloci cavalli a Piacenza e a Mantova, ospite di Francesco Gonzaga, dove viene “benissimo ristorato”. “Questo racconto è una pietra miliare: come vedremo, costituirà la base per molti cronachisti e storici che si occuperanno del caso nei secoli successivi – scrive Angeleri. – È ben strutturato, sembra quasi un thriller perché ha momenti di suspense, come l’equivoco con l’abate francese, e il finale al castello Malaspina. La figura centrale è quella di Rinaldo, vecchio nobile soldato pavese, chiamato Zactius in latino e tradotto dal Domenichi in Zatti, fatto risaltare in tutta la sua nobiltà d’animo: non si muove per soldi, come invece adombrato dal da Porto, ma per l’ammirazione verso i Medici, in particolare Lorenzo il Magnifico, e per l’odio verso i francesi”.

Alla fine del XVI secolo anche Giorgio Vasari, pittore e architetto aretino morto nel 1574, si sofferma sull’evento pievese. Nel 1584 a Firenze sono pubblicati postumi i Ragionamenti, in cui Vasari e il principe Francesco de’ Medici commentano le opere artistiche di Palazzo Vecchio. Nella stanza di Leone X ammirano la battaglia di Ravenna e un ottagono del soffitto in cui è rappresentata la liberazione del cardinale, dipinta dallo stesso Vasari. Nel testo, il racconto della liberazione ricalca fedelmente quello di Giovio, ma la rappresentazione pittorica, precedente di qualche anno al racconto stesso, è molto più eloquente e, nello stile manierista dell’epoca, mette in risalto l’energia di Zatti e di Isimbardi, che sguainano le spade mentre i francesi fuggono e il legato si allontana a cavallo della sua mula bianca. Il principe commenta: “Ma certo l’abate, Rinaldo e Visimbaldo feciono una santa opera”. Nel dipinto Rinaldo diventa il vero protagonista: al centro della scena, intrepido, tiene per i capelli un soldato francese a terra, sopra altri corpi e vicino a gente atterrita che cerca in qualche modo di proteggersi il capo o di fuggire. Il cardinale, vestito di rosso e con il cappello in testa, è a cavallo in atto di voltarsi a guardare la scena e di fuggire ».

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