Il Seicento, secolo di morte in Lomellina

Dal capitolo “Un secolo di sangue e di devastazioni” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Nel XVII secolo la Lomellina è teatro di diversi conflitti armati, che lasciano una funesta scia di sangue e di distruzione. S’inizia con la prima guerra per la successione del Monferrato. E la seconda, iniziata nel 1627, farà arrivare la peste in Lomellina.

« Nel 1612, alla morte di Francesco Gonzaga, duca di Mantova e marchese del Monferrato, il duca di Savoia, Carlo Emanuele I, avanza pretese di successione sul territorio sulla riva sinistra del Sesia e si accorda con Enrico IV, re di Francia, ottenendone un impegno militare contro la Spagna in Italia. Dal canto suo, il governatore di Milano, Juan Fernández de Velasco, duca di Frias e conte di Haro, raccoglie un forte esercito in Lomellina, ma l’unico borgo a farne le spese sarà Palestro, messa a ferro e a fuoco dalle truppe savoiarde nel 1614. La prima guerra di successione per il marchesato del Monferrato si concluderà nel 1617, lasciando tutto come prima. La Lomellina riceverà in eredità centinaia di disertori spagnoli e napoletani.

Buttandoci per un secondo alle spalle la Storia, vi ricordo che nasce da questo contesto l’evento folcloristico più suggestivo del Carnevale candiese. La vicenda è nota come il processo e il rogo della bella Pierina, che l’avvocato Soldato, per lunghi anni segretario comunale di Candia e nonno materno del magistrato Piercamillo Davigo, ha codificato nell’avvincente racconto pubblicato qui a fianco. Ogni anno, la sera del Martedì grasso, la biblioteca comunale “Pietro Maggi” e gli attori della compagnia teatrale dialettale “I Mägätlón” rievocano i fatti di quel lontano e tribolato 1617 fra centinaia di candiesi e di lomellini.

Dieci anni dopo, la seconda guerra per il Monferrato non toccherà le terre lomelline, ma diffonderà, attraverso l’esercito imperiale, la peste “manzoniana”. L’epidemia del 1630 colpisce le maggiori città d’Italia e d’Europa, e sarà soprannominata calamitas calamitatum per la particolare virulenza. Gli storici concordano nell’individuare, non a caso, una grave crisi economica negli anni precedenti il 1630, contestuale a un calo delle nascite che solitamente si accompagna a una diffusa malnutrizione. I primi segni della grande epidemia del 1630 si erano presentati già tre anni prima nel territorio di confine presso Susa, funestata da guerriglie e da invasioni di truppe francesi. Nel 1629 si registrano altri casi anche in Francia, poi nelle campagne toscane e, soprattutto, in Lombardia. Nel settembre di quell’anno l’intervento diretto dei francesi provoca la reazione degli imperiali, che inviano parte delle truppe del Wallenstein in Italia. Approfittando del rientro in Francia di re Luigi XIII, l’esercito imperiale al comando di Rambaldo XIII di Collalto scende nella penisola attraverso la Valtellina, conquista Goito e cinge d’assedio Mantova, consentendo allo Spinola di riprendere l’assedio di Casale Monferrato. Questi contingenti, composti di 16.000 fanti e di 4.000 cavalleggeri fra spagnoli, tedeschi, napoletani e lombardi, sostano in Lomellina diffondendovi il contagio. Milano sarà una delle città più gravemente colpite dalla peste del 1630, descritta da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

In Lomellina ancora oggi diversi paesi conservano inequivocabili ricordi legati a questa tragedia di proporzioni smisurate. A Vigevano il lazzaretto di San Sebastiano nasce nel punto in cui oggi si trova la cosiddetta Rotonda del cimitero. A Tromello è probabile che la tradizione della processione pasquale del Crocione sia nata proprio nel 1630, quando la diffusione della peste porta a una partecipe devozione per san Rocco, protettore degli appestati. E ancora oggi a San Giorgio di Lomellina una croce-monumento di ferro segna il “campo della peste”, a lato della provinciale per Tromello ».

Alla metà del XVII secolo i regni di Francia e di Spagna si combattono in una guerra più che ventennale, che investirà direttamente anche i territori lomellini con la conseguente scia di morte e di rovina. Professore, ci può fornire il necessario inquadramento storico generale?

« Nel 1635 la Francia fa il suo ingresso nella guerra dei Trent’anni, cui partecipava già la Spagna: finirà che le due potenze europee si combatteranno fino alla pace dei Pirenei firmata nel 1659, dieci anni dopo la pace di Westfalia che aveva posto termine al trentennale conflitto. Per gli Asburgo, due rami dei quali regnavano sulla Spagna e sul Sacro Romano Impero, la Francia rappresenta un rivale importante. Per gran parte del XVI e del XVII secolo, i due paesi si trovano contrapposti in tre punti dello scacchiere europeo: a nord nei Paesi Bassi spagnoli, sulla frontiera orientale nella Franca Contea e a sud lungo i Pirenei. Le prospettive di espansione francese sono una minaccia per gli Asburgo e spesso fonte di conflitto armato o politico. Da parte sua, la Francia cercherà sempre di indebolire gli Asburgo nei loro territori di confine. E così, il 26 maggio Luigi XIII dichiara guerra a Filippo IV di Spagna schierandosi con Savoia, Mantova e Parma per conquistare il ducato di Milano, che da un secolo era dominio spagnolo ».

Il trattato di alleanza che va sotto il nome di Rivoli è sottoscritto l’11 luglio 1635 da Vittorio Amedeo e dai plenipotenziari francesi De Bellièvre e Plessis-Plangin. Qual è l’obiettivo principale?

« La conquista del ducato di Milano. La parte che ci riguarda recita: “Essendo conosciuto che null’altro mezzo più havvi per far godere all’Italia una pace sicura e durabile, se non facendo una lega per conquistare lo Stato di Milano e far cessare le prepotenze di quelli che ne abusano per opprimere i vicini, si stabilisce una lega offensiva e difensiva tra il re [di Francia, nda] e monsignore il duca di Savoia, in esecuzione della quale si obbligano di far guerra aperta contro il re di Spagna e di attaccare lo Stato di Milano, nei modi e nel tempo che sarà stabilito dai principi confederati”. Con il trattato di Rivoli nasce una lega militare di durata triennale tra il re di Francia, il duca di Savoia e altri principi che l’avessero sottoscritto. Luigi XIII deve armare 12.000 fanti e 1.500 cavalleggeri, oltre alle truppe inviate in Valtellina e a quelle che avrebbero arruolato i duchi di Mantova e di Parma. Da parte sua, il duca di Savoia avrebbe contribuito con 6.000 fanti e 1.200 cavalleggeri, oltre alle milizie del duca di Modena. Il trattato riconosce ai principi italiani la divisione degli Stati occupati dagli Spagnoli, mentre la Francia rinuncia a qualsiasi bottino, eccetto Pinerolo “come d’una porta d’Italia per correre in loro soccorso”.

Vittorio Amedeo è nominato capitano generale delle armi “collegate”, cioè alleate, in Italia, mentre al maresciallo Crequì resta il comando in subordine dell’esercito francese, che contribuisce solamente con 8.000 uomini. Sapendo che gli spagnoli sono bene armati, il duca vorrebbe desistere, ma il 20 settembre il Richelieu, segretario di Stato e ministro di Luigi XIII, e il suo consigliere Michel Particelli d’Hémery, futuro ambasciatore di Francia a Torino, lo spingono ad aprire le ostilità. I franco-savoiardi lasciano Villata, borgo del Vercellese sulla destra del Sesia in cui tengono un arsenale, entrano in Lomellina e attaccano Candia e Terrasa, dove gli spagnoli hanno lasciato un presidio di 400 uomini, costretto ben presto alla resa. Il Crequì, contro il parere del duca di Savoia, che non potrà trattenere il suo sdegno, attacca Valenza correndo il rischio di rimanere accerchiato dai nemici, che avevano concentrato le truppe a Pieve del Cairo. In quell’occasione, una palla di cannone passa tra le zampe del cavallo del duca di Savoia, che si vede costretto a un forzato ripiegamento. I rapporti s’incrinano tanto che il duca segnalerà al re alleato il discutibile comportamento di Crequì, il quale sarà invitato dal Richelieu a non discutere gli ordini impartiti da Vittorio Amedeo.

In ottobre, dopo quattro settimane di inutile assedio alle porte di Valenza, le truppe alleate savoiarde e parmigiane passano da Sartirana e conquistano il castello, trucidando tutti i difensori. Pochi giorni dopo, entra in azione il marchese Guido Villa: il maresciallo di campo del re di Francia e generale di cavalleria al servizio dei Savoia riceve ordine da Vittorio Amedeo di demolire la rocca, ma ciò non succederà perché lo stesso nobile ferrarese riuscirà a convincere il duca a risparmiare il castello, di cui saranno demolite solamente le fortificazioni, mentre la rocca sarà ridotta ad alloggio. Nel 1644 i feudatari Arborio Gattinara interrogheranno la popolazione per accertare i danni riportati nove anni prima: la preziosa testimonianza è conservata all’Archivio di Stato di Milano, nella sezione Feudi demaniali. Gli alleati si erano impossessati del “castello del Sig. Conte quale era guarnito da alcuni paesani con sopraintendenza di un capitano napoletano”. Poiché il raccolto era già stato effettuato, i francesi razziano le proprietà di Ferdinando ii: nel dettaglio, 1.500 moggia di frumento tolte dai solai, consistenti quantità di fieno, mobili, tappezzerie e altri oggetti di valore. Il paese è semidistrutto dalle truppe di re Luigi XIII, che “gettarono a basso le case per prendere i legnami per abrugiare, distrussero tutti i mobili et in particolare quelli del Sig. Conte di gran cavata”. Circa quattrocento delle seicento abitazioni private sono demolite, mentre gravi danni sono inferti alle cascine Pero, Montariolo di sopra, Montariolo di sotto e Mora.

Nel 1636 il maresciallo Crequì fa appiccare il fuoco al castello di Rosasco, che perde tre delle quattro torri. L’unica rimasta è visibile ancora oggi nella parte absidale della chiesa parrocchiale ».

Breme è il paese lomellino noto per aver ospitato uno dei più potenti ordini monastici del Medio Evo, l’Ordine Bremetense, che aveva sede nell’abbazia benedettina di San Pietro eretta nel X secolo dai monaci in fuga dall’abbazia piemontese della Novalesa. Breme, inoltre, è stata una piazzaforte considerata strategica e, per questo motivo, al centro di uno degli episodi più celebri della guerra franco-spagnola.

« La sua felice posizione geografica, alla confluenza del Sesia nel Po, spinge i “collegati” franco-savoiardi a iniziare un’intensa opera di fortificazione a metà strada fra Casale Monferrato e Valenza. Il disegno della nuova fortezza, di forma pentagonale, è firmato dall’ingegner Baylera, che il 25 novembre viene ricevuto da Vittorio Amedeo I. Dopo l’approvazione ducale, i lavori procedono spediti per evitare che sopraggiungano il freddo, il ghiaccio e la neve: le popolazioni dei paesi limitrofi, fra cui Sartirana e Valle, sono obbligate a nome del duca a prestare la loro opera. I franco-savoiardi muniscono la piazzaforte di artiglierie e di viveri raccolti nel Monferrato e nell’Alessandrino, operazioni che il governatore di Milano, Diego Mexía Felipez de Guzmán y Dávila, marchese di Leganès, non riesce a intralciare. La nuova piazzaforte sorge attorno al monastero benedettino di San Pietro, che dal 1543 è gestito dalla Congregazione Olivetana, anch’essa appartenente all’Ordine di San Benedetto. I lavori compromettono gravemente il cenobio che, a detta del Pollini, “resta mezzo sepolto sotto le fortificazioni”. La chiesa abbaziale è trasformata in un magazzino per le munizioni, mentre i monaci sono cacciati con l’accusa di essere “vassalli del re cattolico”, cioè quello spagnolo.

Le porte sono due: quella di Valle, con riferimento all’omonimo paese limitrofo, e quella di Po. Intorno alla nuova roccaforte s’innalzano tumuli di terra e vari steccati tanto che la pianta sembra trasformarsi da pentagonale a dodecagonale, come appare dalla mappa che nella prima metà dell’Ottocento era conservata nell’archivio sartiranese di don Ferdinando iv Arborio di Gattinara. Al termine della costruzione della piazzaforte, le truppe francesi ritornano in Monferrato lasciando a Breme, a detta del Casalis, un “gagliardo presidio” dotato di armi e vettovaglie necessarie a una “vigorosa difesa”.

Sembra che l’idea di fortificare Breme sia stata concepita dal duca di Savoia per disperdere dalla mente della corte francese la recente sconfitta di Valenza. Si racconta che, per velocizzare i lavori di costruzione della fortezza e incitare gli operai-soldati, lo stesso Vittorio Amedeo I abbia preso in mano gli strumenti da lavoro, dimentico del proprio rango ».

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