L’assedio e la presa della fortezza di Breme

Dal capitolo “Un secolo di sangue e di devastazioni” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda

E arriviamo al 1638, primi giorni di marzo, quando l’esercito del re di Spagna si muove verso il Sesia per affrontare i “collegati”.

« A Dorno si tiene un consiglio di guerra presieduto dal cardinale Gillo d’Albornoz, cui partecipano il maestro di campo generale don Carlos Coloma de Saa, marchese di Espinar [comandante militare, diplomatico e scrittore, 1566-1637], don Francesco d’Adda [patrizio milanese, decurione di Milano, comandante di cavalleria e di fanteria spagnole, morto nel 1644], don Antonio Sarmiento, don Carlo Roma, il colonnello Ferrari e il marchese Lonato. I generali dell’esercito spagnolo nominano provveditore generale don Giovanni Arias Maldonado, decidono di rafforzare le fortificazioni di Mortara e di approntare una base logistica ben fornita di vettovaglie e di foraggi nel timore di una diversione dell’esercito sabaudo dall’Oltrepò Pavese alla Lomellina, oltrepassando il Sesia. I “collegati”, dopo avere occupato Langosco e Cozzo, conquistano anche Candia e le terre vicine. L’obiettivo ultimo è la conquista di Valenza, assediata dai francesi agli ordini del maresciallo. Altre operazioni militari si registrano a Frascarolo, a Pieve del Cairo e a Sale, nelle zone attorno al Po, con le solite rapine, vessazioni e requisizioni.

Leganès, considerando l’importanza della piazza di Breme, decide di sottoporla ad assedio sperando di controllare in modo più efficace le forze nemiche in un punto di capitale importanza nella via da e per il Monferrato. In seconda battuta, vuole evitare che le truppe della lega franco-piemontese, stimate intorno a 25.000 fanti e 5.000 cavalleggeri, possano accorrere in aiuto del presidio francese, anche se gli risulta che ci sia discordia fra i capi della coalizione nemica. In fin dei conti i nemici avrebbero potuto raggiungere Breme attraverso il Po in sole tre ore. Se avesse voluto attendere il mese di aprile per effettuare il suo disegno, ne sarebbe stato impedito o ritardato dalle piogge primaverili. Così, malgrado la stagione non propizia, Leganès decise di impadronirsi del territorio fra il Po e Breme, mentre il conte Fernando Bolognino e don Antonio Sotello avrebbero cercato di conoscere il numero dei nemici insediati nella piazzaforte, che dal canto loro non si aspettano un assedio in quella stagione. Leganès muove il colonnello Gille de Has e Tiberio Brancaccio, capitano generale della cavalleria di Catalogna, verso l’Astigiano e il colonnello di cavalleria don Ferdinando Delli Monti verso Quargnento. Allo stesso tempo, rafforza le guarnigioni di Mortara e di Valenza, e invia reparti di cavalleria in altre località a ridosso del Po e del Sesia. Poi venerdì 12 marzo, verso sera, ordina di iniziare le operazioni in vista dell’assedio.

Il conte Bolognino esce da Valenza con una parte del suo reparto e una parte di quello del principe Borso d’Este e alcuni soldati dei Grigioni. Marcia su Breme senza fermarsi a Sartirana con l’ordine di attestarsi fra il Po e la piazzaforte di Breme e di assalire la fortificazione detta Corna, situata in aperta campagna e, per fortuna di Bolognino, quasi sguarnita. Gli spagnoli hanno buon gioco a disfarsi delle tre sentinelle e conquistano la fortificazione senza alcuna perdita. Allo stesso tempo don Sotello parte da Mortara con il suo reparto e quello del marchese di Mortara con l’ordine di marciare attraverso il cammino indicato dalle guide. Le truppe arrivano al Po nella zona fra Sartirana e Torre Beretti e si attestano lungo la sponda del fiume per guardare le spalle al conte Bolognino e tagliare i soccorsi che sarebbero stati inviati sulle acque del Po. Anche don Giovanni Vasquez de Coronado lascia Mortara con il suo reparto al seguito di don Sotello: deve arrivare alla cascina Rinalda,·sulla strada fra Breme e Candia, avanzare verso la piazzaforte e posizionare le scale per l’assedio. Inoltre, deve informarsi sugli eventi e, in particolare, se Bolognino e Sotello attaccano oppure sono attaccati: nell’impossibilità di intervenire, avrebbe dovuto fortificarsi davanti alla mezzaluna di porta Po. Anche Carlo Della Gatta esce da Mortara al seguito di don Vasquez per raggiungere Breme e cercare di posizionare una fortificazione nella zona dei Cappuccini, verso Valle: il tentativo, però, andrà a vuoto perché l’area risulta indifendibile. La cavalleria, al comando dei luogotenenti generali don Vincenzo Gonzaga e don Alvaro de Quinones, è inviata a sostegno della fanteria per coprire le strade provenienti dal Sesia. Da parte sua, nella giornata di venerdì don Martino d’Aragona arriva a Mortara.

I tempi, però, non sono rispettati. Sembra che le guide avessero sbagliato strada più volte, per cui si rivela impossibile giungere all’ora designata nei luoghi prestabiliti, Sotello arriva in vista della piazza che è quasi giorno, Vasquez in vista della Rinalda una mezz’ora prima del previsto. Della Gatta, avvicinandosi alla piazzaforte, cade in un’imboscata, ma riesce a contrattaccare mettendo in fuga il nemico verso Breme. Ciò nonostante, don Sotello occupa un trinceramento che farà allungare per congiungersi con Bolognino, il quale avrebbe già dovuto occupare la Corna per posizionarvi le batterie. Vasquez si è impossessato di una postazione ritenuta favorevole per l’attacco, mentre Della Gatta si piazza dietro il Roggione di Sartirana. Siamo nella zona fra Breme e Valle, dove sorge la chiesa dei Cappuccini dedicata a San Giovanni Battista, inaugurata nel 1615. Don Martino d’Aragona informa il marchese di Leganès in tempo reale affinché possa arrivare il più rapidamente possibile sul luogo dell’assedio, mentre Sotello e Bolognino si posizionano fra la piazzaforte e il Po in modo da respingere eventuali soccorsi provenienti dalla sponda piemontese.

Il capocampo Tiberio Brancaccio, in stretto collegamento con il comando spagnolo, riceve l’ordine di raggiungere Valenza per predisporre un attacco al castello di Sartirana, che i francesi credono debba essere attaccato prima di Breme. Domenica 14 marzo, dopo qualche assalto del tercio di Brancaccio, i sessanta uomini agli ordini di un capitano devono arrendersi. Il giorno prima, verso le ore 15, i franco-piemontesi tentano di raggiungere Breme attraverso il Po, ma le sentinelle e i corpi di guardia di Sotello danno l’allarme riuscendo a respingerli. Una barca che trasporta un centinaio di soldati francesi è affondata, ma in un altro punto nove imbarcazioni riescono ad approdare e a far sbarcare le truppe, subito contrastate dalla cavalleria e dalla fanteria agli ordini di Bolognino. Lo scontro è favorevole agli spagnoli, che uccidono diversi nemici, prendono prigionieri vari ufficiali e sessanta soldati, e catturano tre barche. Due vanno disperse e le altre quattro ritornano a Casale Monferrato.

Malgrado l’immediata resistenza spagnola, circa duecento uomini riescono tuttavia a entrare nella piazzaforte. Domenica mattina il nemico tenta una sortita verso i luoghi tenuti da Bolognino, fra cui la Corna, conquistandoli tutti. Ma il conte, avendo diviso i suoi uomini in tre parti, ordina un fulmineo contrattacco arrivando a riconquistare i luoghi perduti, che saranno rafforzati in modo più efficace. Nello stesso giorno giungono a Breme reparti freschi, sia spagnoli sia lombardi, incorporati nelle truppe di Sotello e di Vasquez ».

L’assedio inizia lunedì 15 marzo, alle prime ore del mattino. Qual è la strategia di Leganès?

« Visita la zona, rimanendo molto soddisfatto del lavoro svolto. Il primo obiettivo è impedire i soccorsi alla guarnigione asserragliata nella fortezza e quindi ordina ai maestri di campo di occuparsi delle linee di comunicazione. In prima battuta è coinvolto Gille di Has. Si tratta di un colonnello arrivato a Breme il giorno prima e posizionatosi davanti alla strada che va alla Villata, dove ha fatto realizzare un camminamento di quattro mezzi viali. Quel lunedì è incaricato di far aprire una linea tra Sotello e Bolognino, per mezzo della quale la piazza resta tagliata dalla parte che guarda il Po. Da parte sua, il conte è impegnato a coprire i suoi quartieri dal tiro delle batterie appostate sulla sponda destra del Po: operazione che riesce a concludere in una notte. Poi Leganès ordina a Vasquez, a Della Gatta e a Brancaccio di lavorare non solamente nei loro quartieri, ma anche sulla linea che va dalla cascina Rinalda ai Cappuccini, luogo in cui i soccorsi alla piazzaforte sarebbero potuti arrivare in un batter d’occhio. Il marchese non ritiene sufficienti i controlli notturni della cavalleria napoletana e delle guardie ordinarie al comando del luogotenente generale don Alvaro de Quinones e di don Fernando Delli Monti, spostato da Casale Monferrato a Valenza e di qui in Lomellina. Questi reggimenti di cavalleria controllano la zona compresa fra i Cappuccini, la cascina Rinalda e il Po, mentre più a nord don Vincenzo Gonzaga, al comando di trentasette compagnie di cavalleggeri, opera nei pressi di Candia disponendo le difese lungo il Sesia.

Il mattino del 17, mercoledì, il Crequì parte da Casale Monferrato e si affaccia sul Po per capire la disposizione degli acquartieramenti spagnoli con lo scopo ultimo di colpire le artiglierie e tentare di portare aiuto alla guarnigione utilizzando le barche. L’ispezione gli sarà fatale. Improvvisamente il maresciallo francese, che è in compagnia di otto cavalleggeri e che osserva il campo nemico con un cannocchiale, è ferito mortalmente al petto e al braccio da un colpo di sagro, cannoncino a canna lunga caricato con palle di ferro da otto a dodici libbre, sparato da una batteria del conte Bolognino. Il luogo è ricordato ancora oggi come la “gaba dal chicchirichì”, dal nome dialettale della pianta, un salice capitozzo, cui si era appoggiato Crequì.

A capo dell’esercito francese sarà nominato Mongaillard. Giovedì 18 la linea e le difese dello schieramento spagnolo sono ultimate in tutti i passaggi, in particolare dalla Rinalda ai Cappuccini, il tratto più a rischio di sfondamento. Se ne occupa il signore di Rincourt, maestro di campo dei Borgognoni che, per l’occasione, guida alcune compagnie di spagnoli. In vista dell’assedio, Leganès, il giorno prima di partire da Milano, aveva dato ordine ad alcuni governatori di provincie di fare provvista di uomini e di fieno, affinché l’esercito fosse pronto sotto ogni aspetto. Nella notte fra il 17 e il 18 il marchese comanda ai maestri di campo di tornare a lavorare alle postazioni attorno alla piazzaforte, lavoro eseguito con somma diligenza. Il piano iniziale prevede che si cominci l’attacco dei rauelins [il rivellino è un tipo di fortificazione indipendente posto a protezione della porta di un bastione più importante, nda], che coprono le courtines [la cortina è la parte della cinta che si estende da un baluardo all’altro, nda] di Breme. In un secondo tempo, però, Leganès teme che, se ci si fosse avvicinati ai viali, il nemico avrebbe abbandonato le posizioni esterne riunendo le forze. Così comanda un’avanzata generale, ma un attacco della mezzaluna (baluardo a semicerchio piazzato davanti a una cortina) solamente da parte di Bolognino, il comandante spagnolo più avanzato.

L’ordine è eseguito di slancio, tanto che gli spagnoli arrivano vicino a tutti i lati del cammino coperto in nove giorni, quattro dei quali impiegati a chiudere i quartieri a ridosso al Po. La piazzaforte è attaccata la notte del 25 marzo, giorno dell’Annunciazione della Vergine, cui il marchese è devotissimo. L’obiettivo è di conquistare e di mantenere il fossato, dopo che la notte precedente Bolognino aveva già occupato quello di una mezzaluna. Il colonnello de Has deve superare il fossato piccolo, investire la piazza e arrivare alla palizzata, che nemico difende in modo energico, mentre Sotello riesce ad avanzare pagando però un prezzo troppo alto in termini di uomini e così è costretto a ritirarsi. Durante la ritirata rimane ucciso don Alfonso Verdugo, capitano a capo di un reparto del marchese di Mortara. Come contromossa gli spagnoli approntano altre otto batterie: tre nella base del principe Borso d’Este (arrivato da Modena venerdì 13), una di sei pezzi rivolta verso il Po e altre due contro la piazza, di cui la prima, di quattro pezzi, fatta posizionare da Bolognino e la seconda, anch’essa di quattro cannoni, puntata contro il viale opposto e una grande parte della palizzata del fossato. Due sono al quartiere di Sotello: la prima, di sei pezzi, puntata alternativamente contro la piazza e la riva destra del Po; la seconda di quattro pezzi, destinata a sparare solamente da venerdì 26. Altre due si trovano al quartiere di don Vasquez: la prima di tre pezzi e la seconda, lontana dieci piedi dal cammino coperto, di sei, mentre l’ultima, di sei pezzi, è gestita dalle truppe napoletane, ma sarebbe servita solamente per guadagnare il fossato.

I cannoni hanno appena iniziato a sparare, quando gli assediati mostrano il desiderio di parlamentare e un tamburino chiede un cessate il fuoco. Gli eserciti inviano due capitani in ostaggio con il compito di chiedere la capitolare della piazzaforte. Il marchese ordina a Della Gatta, verso cui si era recato il tamburino, di farli entrare nel quartiere. Altri ostaggi raggiungono Sartirana per parlamentare con Leganès e poi tornano nella piazzaforte per consegnare gli articoli della resa, senza aver potuto ottenere, malgrado la loro vigorosa insistenza, di asportare alcun pezzo di artiglieria.

Secondo don Locatelli, nelle fasi concitate degli ultimi giorni di marzo i difensori di Breme, impossibilitati a comunicare con l’esterno, avrebbero cercato di inviare una richiesta di soccorso a Torino. Cristina di Borbone, reggente del ducato di Savoia, però rifiuterà l’invio della cavalleria giustificandosi con la mancanza di foraggio nelle zone a ridosso del Po. Molto più perentorio Pollini, che accusa Mongaillard di non aver chiesto “rinforzo d’armati”. Nell’assedio i francesi perderanno 200 uomini e gli spagnoli 360, oltre a 300 feriti. L’unico ufficiale spagnolo a perdere la vita è don Alfonso Verdugo ».

Che cosa prevede nel dettaglio la capitolazione, suddivisa in tredici articoli e stesa dal marchese Vercellino Maria Visconti, che nel 1678 sarà nominato maestro di campo generale dello Stato di Milano?

« Prima di tutto il giorno e l’ora dell’uscita dei francesi: sabato 27 marzo, a mezzogiorno. Devono lasciare la piazzaforte il capitano Mongaillard, i capitani e gli ufficiali con un incarico di comando a Breme, e gli ufficiali dell’artiglieria e della sussistenza: si contano trenta cavalli e 1.127 soldati di fanteria, di cui 140 con il bagaglio, e 400 tra feriti e malati.

Nel frattempo devono cessare, da una parte e dall’altra, gli atti di ostilità, i lavori, gli assalti e le fortificazioni. È concessa la vita al governatore, ai capitani, agli ufficiali, ai soldati, ai mercanti, ai vivandieri, ai valletti e ogni altra persona di qualunque condizione sociale che si trovi all’interno della piazzaforte. Tutti saranno scortati da cavalleria e fanteria di spagnoli “naturali”, cioè non alleati, fino a Casale Monferrato. La guarnigione deve uscire con armi, cavalli e vettovaglie a tamburo battente, con le insegne spiegate, le armi cariche e due torce di miccia accese, portando la polvere che potrà entrare in giberne e bandoliere. Leganès s’impegna a fornire barche e cavalli a sufficienza per trasportare a Casale Monferrato i malati e i feriti, oltre ai religiosi e ai chirurghi che li curano, e l’equipaggiamento della guarnigione. Inoltre, gli Spagnoli non perquisiranno né tratterranno casse, mercanzie e altri bagagli. Prima di lasciare la piazzaforte, la guarnigione e i prigionieri catturati durante l’assedio devono consegnarsi nelle mani di don Paolo Ponzoni, religioso dell’Ordine di San Vittore incaricato dal Leganès.

Malgrado l’onore delle armi, il marchese di Mongaillard, che ha firmato una resa considerata disonorevole, una volta giunto a Casale Monferrato è accusato di “vil difesa” e decapitato all’interno del castello. In questo punto sarà innalzata una colonna infamante. Pollini lo definisce “uomo da poco, avaro e venale, il quale lasciava, per lucro proprio, sprovvisto il forte di munizioni”. La capitolazione sarebbe stata firmata per portare fuori dal forte le “ricchezze ammassate mercanteggiando ignominiosamente” ».

Che cosa trovano gli spagnoli all’interno della piazzaforte?

« L’elenco steso è minuzioso. I francesi hanno lasciato letteralmente una montagna di armi di ogni tipo: si va da quattro falconi, cannoni da sei libbre, e da due falconetti, cannoni più piccoli da tre libbre, a tre pezzi chiamati dragoni. Le due colubrine trovate a Breme saranno portate nel castello di Milano: dal xvi secolo queste armi da fuoco erano fuse in un sol pezzo, di bronzo, e si caricavano facilmente per poi esplodere colpi in rapida successione. Molto maneggevoli, avevano palle di ferro ed erano di lunga portata con carica relativamente piccola. Dal XVII secolo le colubrine aumenteranno di dimensioni. Poi i soldati di Filippo IV entrano in possesso di altri pezzi d’artiglieria: quattro quarti di cannone e due mezzi quarti, 128 barili di polvere, ottantacinque quintali di munizioni per moschetti, settantacinque vasi per fuoco d’artificio, quattro barili per fuoco d’artificio con pietre, dieci trombe per fuochi d’artificio, un petardo carico, sette paelles per fuoco d’artificio, tre vecchie macchine d’artiglieria. Inoltre, i francesi hanno abbandonato duecento corsaletti con i sottogola, quaranta falci per tagliare l’erba, tre spadoni, due ferri per petardo, venti picche, due catene di ferro di trenta braccia ciascuna, quaranta pesi di 25 libbre di ferro, 553 palle di mezzo cannone, 114 palle di quarto di cannone e mille palle di falcone. Infine, le scorte di viveri: 785 sacchi di farina, 340 di frumento, ottantatré di riso, dieci d’avena e ventiquattro di granoturco, e 320 balle di fieno.

Da parte sua, il marchese Leganès emette un bando con cui proibisce ai suoi uomini di maltrattare la popolazione di Breme, dove lascerà un presidio di 3.000 soldati e di 800 cavalleggeri, oltre a un reparto di genieri e di guastatori che dovranno ripristinare le fortificazioni, al comando di Carlo Sfrondato. La Spagna, con la conquista della piazzaforte bremese, si trova alle porte di Casale Monferrato e del Piemonte savoiardo ».

Molti storici ritengono che la vittoria di Leganès sia stata eccessivamente semplice e che i francesi abbiano abbandonato la piazzaforte con troppa disinvoltura, tanto che lo stesso Mongaillard ci rimetterà la vita. Dopo la sconfitta, in Francia le gazzette si limitano a scrivere: « Il marchese di Leganez ha preso Breme, villaggio che i nostri avevano fortificato nel Milanese ».

« I francesi, in effetti, agiscono con leggerezza e con presunzione. Ritengono che il baluardo sia imprendibile e che, comunque, in caso di assedio possa ricevere soccorsi via Po nell’arco di tre ore. “Gli spagnoli non avranno mai l’ardire di attaccare una simile piazzaforte”, pensa il Crequì. Nemmeno quando sono informati che il nemico sta marciando su Breme, preferiscono credere che sia una voce infondata, sparsa intenzionalmente, e che il reale obiettivo sia Moncalvo. Il maresciallo francese si lascia convincere dal concentramento di consistenti reggimenti di cavalleria e di fanteria nei dintorni dell’astigiana Annone e di Alessandria. In realtà, è una mossa diversiva di Leganès, che l’ha studiata per coprire l’attacco a Breme e che funziona alla perfezione.

I francesi sono sicuri che Breme non possa essere nel mirino del nemico soprattutto per via della mancanza di foraggio, ma anche in questo caso il marchese spagnolo, sebbene privo di maestro di campo generale e di generale di cavalleria, ha giocato l’asso. Nelle settimane precedenti, gli spagnoli avevano accumulato grandi quantità di fieno e di avena a Mortara, a Lomello e a Valenza, che saranno trasportate a ridosso della piazzaforte una volta approntati tutti gli acquartieramenti. “Mai si è visto esercito così numeroso e abbondante in ogni cosa necessaria sia grande che piccola”, scrive il maestro Carlo Gatti. L’opera svolta da don Martino d’Aragona e dagli altri ufficiali si è rivelata perfetta e puntuale, mentre la stessa truppa ha lavorato sia di giorno sia di notte, senza una sola lagnanza ».

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