Mortara, città assediata dai Franco-Savoiardi

Dal capitolo “Un secolo di sangue e di devastazioni” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte quarta

Quello di Mortara è il secondo assedio, dopo Breme, che resterà nella storia di questa sfibrante guerra. Lo dirige il duca di Modena, che a causa di una malattia contratta in quei giorni morirà un mese dopo la resa della “fortezza reale primaria di Lumellina”, difesa dai pochi spagnoli superstiti e dagli stessi abitanti.

« Iniziamo con il dire che Tagliacarne, nella sua storia della Lomellina stampata nel 1846, dà notizia di una “distinta relazione manoscritta”, conservata nell’archivio municipale di Mortara. Lo storico avrebbe voluto inserire una copia della relazione sugli eventi occorsi dal 3 al 22 agosto 1658 nella seconda parte della sua storia, che però non avrebbe mai visto la luce. Mario Merlo, nel 1992, riprodurrà la Relatione distinta e veridica di quanto è successo nella piazza di Mortara durante l’assedio, non senza aver chiarito che si tratta di “un documento estremamente prolisso, del quale possiedo una trascrizione manuale poco affidabile”. La ricostruzione contenuta nel terzo volume della sua Storia di Mortara riproduce il testo apparso nell’Annuario storico-statistico lomellino per l’anno 1874 di Pollini, che lo pubblicò in un volume oggi non facilmente reperibile.

I fatti prendono avvio dalla mattina di sabato 3 agosto, intorno a mezzogiorno. Il marchese Villa, al comando delle truppe franco-savoiarde, invia alcuni squadroni a fare razzia di bestiame alle porte della città, ma il governatore Eraclito Marone esce con la sua cavalleria da porta Novara e ingaggia la prima scaramuccia dell’assedio, che dura circa un’ora. Fra le fila dei “collegati” si contano tre morti, fra cui il capitano della guardia del duca di Havaglia, oltre al ferimento e alla cattura del trombetta del marchese. I difensori spagnoli registrano cinque prigionieri e tre feriti, fra cui il tenente del capitano Prospero Crivelli, colpito da una stoccata durante la carica della folta cavalleria nemica.

All’interno delle mura Marone chiede agli ufficiali il numero reale degli effettivi: dalle relazioni si viene a sapere che Mortara ospita 188 tedeschi (“Allemanni” nel testo di Pollini), 168 italiani (“l’ltagliani”), 67 dal cantone dei Grigioni, quarantacinque svizzeri e quaranta della milizia cittadina. In totale, 508 fanti e centoventi cavalleggeri dislocati nelle varie mezzelune. I tedeschi si dispongono nella mezzaluna della porta del Baraccone (trenta), a porta Milano (quindici) e al Baraccone (quindici), mentre gli italiani occupano porta Novara. In ciascuna mezzaluna si attestano quaranta soldati, mentre trenta sono al Corpo di guardia maggiore, venti al Molino, diciotto all’incastro del Limalto e trenta a guardia dell’arsenale cittadino. Questi appostamenti sono decisi dal governatore e dal colonnello San Maurizio, arrivato il 31 luglio precedente su ordine del governatore di Milano. Le difese, però, non sembrano ben fornite perché durante un sopralluogo alle postazioni si contano 447 soldati invece dei previsti 508.

Mappa seicentesca della città di Mortara

Domenica 4 l’assedio prende vigore con l’arrivo di Francesco I d’Este, i cui uomini si attestano alle porte di Sant’Albino e del Molino. Nella notte del 6 i primi attacchi del nemico partono dalla zona degli orti, lungo la strada di Parona, mentre la mattina successiva si combatte dalla parte delle mezzelune di Santa Clara e Santa Clarina, i luoghi meno difesi della piazzaforte, dove il fosso risulta più stretto degli altri luoghi e dove il governatore, con il parere di San Maurizio, trasferirà i tedeschi. Gli italiani rimarranno a occupare la mezzaluna di Santa Clara, eccetto quelli che erano a porta Novara. In questa fase dell’assedio i difensori sono soltanto 280, esclusi i morti e i feriti. A questo punto sembra che la situazione stia sfuggendo di mano al governatore, che si lamenta con gli ufficiali della codardia e della mancanza di disciplina dei sottoposti. Alcuni si nascondono perfino nelle case private per non combattere: questo atto, di una gravità inaudita, spinge il governatore a pubblicare una grida: i mortaresi dovranno denunciare i soldati disertori. L’esito sarà infausto: “Non per questo se ne poté aver profitto alcuno”.

Domenica 18 agosto, alle due di notte, gli assediati tentano per la quarta volta “con gran numero di gente e furia di fuochi artificiali”, l’assalto di una mezzaluna, ma senza potersene impadronire. La pressione dei franco-savoiardi si fa sempre più efficace e costringe gli spagnoli, “troppo danneggiati dal nemico”, ad abbandonare diverse posizioni. I morti e i feriti salgono rispettivamente a quaranta e a settantaquattro, di cui uno gravissimo, il capitano Annone, colpito da una moschettata nel petto. Si allestisce un ospedale da campo, affidato ai Padri Zoccolanti di San Bernardino da Siena, mentre la popolazione guidata dal prevosto della Torre e da altri religiosi sollecita il comandante spagnolo e San Maurizio alla resa. Non soddisfatti della risposta [“Li rispose che non si dubitassero, che a suo tempo si sarebbero disposte tutte le cose come conveniva”], dichiarano pubblicamente di non volere più adoperare le armi e alcuni lanciano insulti all’indirizzo degli ufficiali di Fuensaldaña. Uno dei consoli della comunità di Mortara, Carlo Andrea Valchera, presenta un memoriale in cui, dopo aver ripetutamente confermato amicizia e devozione a re Filippo iv, chiede che la città non sia sottoposta a nuove rovine e che si decreti la resa per “l’impossibilità di poter difendere questa piazza per li motivi accennati, et che l’inimico potrebbe prenderla per assalto, cosa che sarebbe la total rovina di essa, dei suoi habitanti, delle chiese, dei monasteri, delle vergini dedicate al servizio d’Iddio e che si trovano disperse per le case per non puoter habitare ne’ chiostri rovinati dall’artiglieria nemica: di tante donne vergini che resterebbero disonorate con grandissima offesa d’Iddio, fanciulli, piccoli e lattanti”. Il documento porta la firma di Carlo Francesco Parente, cancelliere della città di Mortara: un secondo di analogo tenore, in data 24 agosto, sarà steso dal podestà Giovanni Matteo Stanco.

La sera successiva il governatore e San Maurizio convocano a rapporto gli ufficiali dipendenti per esaminare la situazione campale: dei 447 soldati iniziali, rimangono validi solo 235. La piazzaforte è ormai indifendibile e quindi si chiedono al duca di Modena tre giorni di proroga alla resa, accettata dal comando spagnolo. Il 22 agosto Villa comunica la richiesta a Francesco I d’Este, che acconsente a patto che sia subito aperta una porta della fortezza. Dopo qualche remora iniziale il comando spagnolo accetta e la capitolazione è fissata per domenica 25 agosto, a mezzogiorno (“punta del dì”). I quindici capitoli della resa firmati sono accordati al governatore della piazza di Mortara e della Provincia della Lomellina dal “Serenissimo duca di Modena Generalissimo delle Armi di S. M. Cristianissima in Italia”. I franco-savoiardi non tratterranno ostaggi e il governatore potrà uscire con la guarnigione “dalla porta che più gli piacerà”, mentre i loro effetti personali saranno trasportati a Novara e a Turbigo su trenta carri; inoltre, gli assediati sarebbero tornati a prendere senza alcun impedimento eventuali beni mobili di proprietà del governatore rimasti a Mortara. I feriti e gli infermi saranno condotti a Novara su “vetture sufficienti” e quelli che non potranno essere trasportati saranno curati e assistiti dalle truppe del re di Francia. Gli assedianti garantiscono che i cittadini di Mortara, “con le loro famiglie, figli, donne et robbe”, non subiranno molestie a patto che giurino fedeltà a re Luigi XIII: chi non vorrà farlo, potrà lasciare la città. Previsti impegni anche a favore del clero locale e degli “impresarij”, cioè mercanti e artigiani, che potranno trasportare merci e materiali vari al di fuori della città. Il governatore invierà nel campo nemico un ufficiale, scortato da un trombetta sia all’andata sia al ritorno, affinché Fuensaldaña sia messo al corrente dei capitoli della resa. Gli spagnoli, inoltre, chiedono che il sergente maggiore della piazza, ferito e prigioniero, sia rimesso in libertà e che possa trattenersi a Mortara sino al momento della guarigione. Questo documento è firmato da tutti gli “Officiali della piazza”.

A sua volta, il 23 agosto, il duca di Modena promulga una lunga serie di “Capitoli accordati alla Terra di Mortara nella di lei resa alla Maestà del Re Cristianissimo dal Serenissimo Signor Duca di Modena Generalissimo di S. M. il Re d’ltaglia”. Si tratta di diciassette articoli contemplanti le libertà fondamentali ai cittadini di vivere e operare nella terra di Mortara, di trasferirsi in ogni luogo e in ogni tempo ove riterranno opportuno con i rispettivi beni e con l’implicita facoltà del ritorno senza obblighi d’alcun genere e di ottenere esenzioni dai gravami fiscali, “reali e personali, ordinari e straordinari” per la durata di tre anni. Inoltre, è prevista la salvaguardia di chiese, monasteri, oratori e istituti religiosi, oltre che dei beni personali, delle provviste alimentari, delle case. Proibite le rappresaglie senza alcun pretesto. È significativo il capitolo relativo al futuro della città di Mortara, che dovrà essere sottoposta al re di Francia senza essere ceduta in feudo ad alcuno, anche in conformità anche dei suoi privilegi. In particolare, i nuovi amministratori di Mortara non avrebbero dovuto inasprire l’imbottato, tassa sul raccolto del vino, del grano e di altri prodotti del suolo, e gli altri dazi sulle vettovaglie. Garantite anche le proprietà dei sudditi forestieri di Luigi XIII che possiedono beni in città e nel suo territorio: potranno goderne “nello stesso modo che facevano prima ancora che in essa non venghiano ad abitare” ».

L’assedio di Mortara porterà con sé anche una “polemica”: il duca di Modena avrebbe contratto in Lomellina la malattia che l’avrebbe condotto alla tomba in meno di due mesi.

« Francesco I d’Este si era ritrovato a capo delle truppe piemontesi nel 1656 dopo la morte di Tommaso di Savoia. In quell’anno raggiunge Pavia per concertare il piano d’operazioni per una ripresa della campagna antispagnola in Italia, che riuscirà vittoriosa a Valenza, a Torino e a Mortara. Dopo quest’ultimo assedio, però, il duca morirà il 14 ottobre a Santhià fra le braccia del figlio Almerigo.

E qui arriviamo all’“insinuazione” di Ludovico Antonio Muratori, che negli Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno 1749, esprime un maligno dubbio sulla salubrità dell’aria che farà imbizzarrire più di un mortarese lungo i secoli: “Nell’auge di tanta gloria eccoti cadere infermo Francesco I d’Este, duca di Modena, oppresso da’ patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara”. Una perfidia bell’e buona a detta dei futuri storici mortaresi, secondo cui il duca sarebbe arrivato a Mortara già sofferente per poi morire solo per puro caso meno di due mesi dopo ».

Il 1659 è l’ultimo anno di guerra, che tuttavia non risparmia le consuete devastazioni prima dell’agognata firma della pace.

« Il quartier generale del duca di Noailles è allestito a Robbio, dove si predispongono le bozze per l’armistizio fra i contendenti: gli spagnoli occuperanno la Lomellina alla sinistra dell’Agogna, i “collegati” quella alla destra. Ciò non toglie che Candia e Breme siano occupati da consistenti corpi di spedizione francesi, che pensano bene di iniziare diverse requisizioni. Ma sarà Langosco il borgo più colpito. In luglio i francesi mettono a ferro e a fuoco il paese: dopo aver razziato il frumento appena raccolto e il bestiame su entrambe le rive del Sesia, arrivano a rubare vestiti e biancheria dalle case. Poi prendono di mira la chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo e appiccano l’incendio al paese, costringendo gli abitanti a darsi alla fuga.

Le sofferenze per la gente lomellina si concluderanno solamente con la firma della pace dei Pirenei del 7 novembre e con le nozze di Luigi XIV con l’Infanta di Spagna. Come conseguenza, Valenza e Mortara ritornano agli spagnoli, che restituiscono Vercelli ai piemontesi. L’esultanza del popolo lomellino si può riassumere così: il Consiglio generale della città di Vigevano ordina feste, illuminazioni e azioni di grazie a Dio ».

L’ultima pagina del Trattato dei Pirenei

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