San Martino, il “capodanno della campagna”

«Ragazzi, prendiamo San Martino o gli altri fan fare San Martino a noi!». Era il 24 giugno 1859 quando re Vittorio Emanuele II, preoccupato per l’andamento della battaglia in corso contro gli austriaci guidati dall’imperatore Francesco Giuseppe, si rivolse così, in ruspante dialetto piemontese, alla brigata Aosta diretta al fronte. L’espressione, tutt’oggi sinonimo di trasloco in vari dialetti italiani, era radicata da secoli nel mondo contadino, che salutava appunto la ricorrenza di San Martino, l’11 novembre, come una sorta di “capodanno agrario” in cui si concludevano e si rinnovavano i contratti tra i proprietari dei fondi e delle cascine e i fittabili, e fra questi ultimi e i salariati, cioè i dipendenti che risiedevano e lavoravano in cascina.

Quest’anno la data cade nel pieno della seconda ondata da Covid-19, tanto che la Coldiretti è stata costretta ad annullare la Giornata provinciale del ringraziamento, in origine programmata a Vigevano. Ma, nonostante l’emergenza sanitaria, lo spirito del capodanno rurale celebrativo non viene meno soprattutto nei borghi di pianura e di collina, dove la ricorrenza è ancora oggi celebrata a suon di vino novello e di castagnate.

A Olevano di Lomellina l’85enne Carlo Arrigone è uno degli ultimi ciacaré (piccoli proprietari terrieri) della Lomellina e cofondatore del Museo di arte e tradizione contadina. Nel libro “Le stagioni del contadino” ha passato in rassegna i mesi del lavoro rurale, le scadenze fisse (aratura, semina, raccolto), i giochi dei bambini, il bestiame, i detti e i motti, la cucina, le fiere e i mercati. «Un tempo – ricorda – San Martino era forse la data principale del mondo contadino: se un fittabile sapeva di dover abbandonare in quel giorno la cascina, si preparava per tempo: già alla fine dell’estate, in particolare, ordinava al suo capo cavallante di andare in avanscoperta portandosi nella futura cascina per tastare letteralmente il terreno in vista della semina autunnale del frumento. Questo salariato, che godeva della massima fiducia del fittabile, stava in quella cascina anche un’intera settimana per studiare i fabbricati agricoli, in cui portare subito il fieno per i bovini e gli equini». Il fittabile, autentico imprenditore agricolo, portava con sé tutta la “roba”: non solo le bestie e i pindìsi, cioè le scorte alimentari, ma anche gli stessi salariati e le loro famiglie, forma di consuetudine medievale che considerava questi contadini qualificati come s-ciavandé, termine dialettale che ha la stessa radice di schiavo. «Il fittabile – aggiunge Arrigone – aveva apprezzato il valore dei suoi salariati, in particolare dei suoi mungitori, i fämäj, che conoscevano a menadito le abitudini e le caratteristiche dei buoi e delle vacche di proprietà del fittabile. Fare San Martino diventava così una specie di domino fra un paese e l’altro: le persone di ogni età, che a metà novembre lasciavano una cascina, venivano necessariamente rimpiazzate da altre e così via».

Secondo alcune fonti, la data scelta per il trasloco faceva riferimento al periodo dell’estate di San Martino, periodo di transizione dalla bella alla cattiva stagione e, in senso metaforico, di rinascita.

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