I Cavallini, indimenticati menestrelli di Tromello

I Cavallini e Adriano Callegari (immagine tratta
da Enciclopedia delle donne)

I cantastorie Antonio, Angelo e Vincenzina Cavallini, dopo un Ambrogino d’oro speciale assegnato nel 2003 dal Comune di Milano, saranno ricordati anche dal loro paese, Tromello. L’iniziativa è stata presa da Angela Megassini, amica di famiglia e moglie di Fabrizio Poggi, il cantautore vogherese che una ventina d’anni fa rivisitò la celebre attività musicale dei Cavallini. «Due anni fa – dice Megassini – andai a trovare Vincenzina, per tutti Vice, che era ospite della casa di riposo per anziani di Tromello e che allora aveva 90 anni: faceva fatica a ricordare il suo passato, ma in generale le condizioni di salute erano buone. L’anno scorso non sono potuta tornare a Tromello a causa delle restrizioni da Covid-19, ma venivo periodicamente tenuta al corrente da Monica, un’operatrice sociosanitaria della struttura». Così nei giorni scorsi Angela ha pensato di scrivere al sindaco di Tromello Gianmarco Negri.

«Mi ha confessato – aggiunge Megassini – di non conoscere molto la storia dei Cavallini e così gli ho inviato alcune parti del libro scritto da mio marito Fabrizio e alcune fotografie: l’obiettivo è spingere il Comune lomellino a ricordare come si deve quelli che nel 1974 furono eletti Trovatori d’Italia. Negri mi ha risposto che, non appena sarà possibile, farà apporre alcuni cartelli stradali ai confini comunali con la scritta “Tromello paese dei cantastorie Cavallini”».

Per quasi un secolo, sulle piazze, nelle fiere e nei mercati d’Italia Antonio Cavallini, il figlio Angelo e la nuora Vincenzina Mellina sono stati i re dei cantastorie italiani. Nei primi anni del Novecento Antonio suonava la fisarmonica alle feste dei coscritti, ma ben presto inizia a girare le osterie della Lomellina e poi di tutto il Nord Italia: molte volte porta con sé anche il figlio Angelo, che imparerà a suonare l’“armonichìn”, la fisarmonica. Viaggiano dalla Liguria alla Toscana proponendo storie tragiche come “La bambina gettata nel pozzo” o “Il povero Renato”: il testo nasce da fatti realmente accaduti, desunti dai giornali grazie al fiuto del maestro Raffaele Burchi, cui oggi è intitolata la biblioteca comunale di Tromello. Il loro “paroliere” legge i quotidiani e scrive i ritornelli sui fatti di cronaca nera: il successo è assicurato, come le lacrime degli spettatori. Nel 1951 Angelo sposa Vincenzina, nata nel 1929 a Piacenza da famiglia friulana. Debuttano in coppia nel 1958 a Casale Monferrato, lui all’armonica e lei alla voce, e spesso sono affiancati da Adriano Callegari, sassofonista pavese con cui daranno vita al complesso “Cantastorie lombardi”. Di loro si accorgono gli scrittori Mario Soldati e Cesare Zavattini, che nella prima metà degli anni Settanta li faranno esibire in televisione. Poi, complice la tecnologia imperante, la gente si stanca di ascoltarli e la loro storia finisce nel 1982. Callegari morirà nel 1992 e Angelo Cavallini nel 2005 all’età di 76 anni. «La piazza è qualcosa che ti entra nel sangue, dentro il cuore, e una volta che hai cominciato, è difficile starne lontano», aveva confessato Angelo con tanta nostalgia pochi mesi prima: con lui se n’è andato un pezzo di storia del più autentico folclore italiano.

Callegari e i coniugi Cavallni (immagine tratta
da Enciclopedia delle donne)

Il 15 giugno 2003, ventun anni dopo l’abbandono delle piazze, la cantastorie Vincenzina (Vice) Mellina ritornò su un palco per cantare “Miniera” e suonare la batteria al ritmo di “Piemontesina bella”. Fabrizio Poggi riuscì a portare a termine una missione impossibile: convincere la moglie di Angelo Cavallini, che era bloccato a casa a causa di una malattia, a ripetere alcuni minuti del lavoro svolto dal 1958 al 1982 nelle piazze di tutta Italia. In piazza Vittorio Veneto, Poggi e il suo gruppo, i “Turututela”, fecero rivivere un’emozione intensa. Verso la fine del concerto sotto le stelle organizzato in onore degli “ultimi trovatori d’Italia”, Poggi, sua moglie Angela Megassini e il pubblico chiamarono a gran voce Vincenzina sul palco. Prima titubante, poi sempre più sicura di sé, “Vice” prese in mano il microfono ripercorrendo i passi principali di quella povera, ma fortunata professione: cantastorie e poi venditrice di lamette da barba e di lucido da scarpe. «Molti – ricordò allora Vice – ci consideravamo un po’ come zingari, senza casa, gente che gira nei paesi per far divertire: sbagliavano. Io ho fatto la serva in casa di una famiglia ricca e anche la mondina: ho sempre lavorato per mangiare. Abbiamo guadagnato qualcosa con i soldi dei poveri, perché i ricchi non venivano in piazza per ascoltarci». Poi l’attacco di “Miniera”, uno dei suoi cavalli di battaglia nei “treppi”, gli spettacoli di piazza con il marito Angelo, e di “Piemontesina bella”, seduta alla batteria: “Non ti potrò scordare/piemontesina bella/sarai la sola stella/che brillerà per me”.

Callegari fra Angelo e Vice Cavallini a Milano (immagine tratta
dagli archivi dell’Aess di Regione Lombardia)

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