Pieve del Cairo libera il futuro papa Leone X

Dal capitolo “Il Po e la libertà” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Professore, nel XVI secolo Cairo e la sua Pieve diventano celebri per la liberazione del cardinale de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone X. Perché il porporato si trovava in Lomellina? Continua a leggere

Vigevano fra Ludovico e Leonardo

Dal capitolo “Intrighi e capolavori nella “città ideale” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda (e ultima)

Ora arriviamo a Vigevano, la città nel cuore del Moro, il quale concepisce il progetto di una vasta tenuta di caccia e con valenza produttiva nella valle del Ticino. Al centro, una cascina a pianta quadrata. Continua a leggere

Ludovico il Moro Sforza, Vigevano e Mortara

Dal capitolo “Intrighi e capolavori nella “città ideale” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

Il Rinascimento in Lomellina è legato al nome di Ludovico Maria Sforza detto il Moro, il quale, a sua volta, rimanda al genio immortale di Leonardo da Vinci. La luce della corte sforzesca si riverbera distintamente anche in Lomellina.

« La dominazione sforzesca segna il periodo di massimo splendore per la nostra terra. Da allora in particolare Vigevano e Mortara rimarranno vincolate per sempre al nome del futuro duca di Milano, nato proprio nel castello di Vigevano il 27 luglio 1452 e nominato conte di Mortara all’età di 15 anni. Gli Sforza e la loro corte costruiscono e ripristinano numerosi castelli con funzione non solo difensiva, ma anche residenziale. L’edilizia urbana ne riceve notevole impulso e, nel volgere di pochi anni, molti borghi si sviluppano più di quanto sia avvenuto nell’intero millennio precedente. Le famiglie nobili milanesi, sull’esempio della corte ducale, scelgono di costruirsi una residenza in campagna. Lo stesso Moro considererà sempre la città natia come seconda capitale del ducato, elevandola addirittura a “città ideale”, e utilizzerà Mortara come “casa di caccia” privilegiata ».

Ora, professore, è opportuna un’introduzione relativa alla figura del duca di Milano più celebre e controverso, noto per il suo mecenatismo nelle arti e la sua doppiezza in politica.

Sforza Ludovico
Ludovico Sforza detto il Moro

« Ludovico è il quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti. Sarà duca di Milano dal 1480 dal 1494 come reggente e poi come titolare fino al 1499. Quando il padre Francesco muore nel 1466, diventa duca il primogenito Galeazzo Maria, fratello maggiore di Ludovico, che sarà assassinato nel 1476. Gli succede il figlio Gian Galeazzo Maria, di soli sette anni, ma Ludovico tenterà di opporsi alla reggenza di Bona di Savoia, madre di Gian Galeazzo Maria, con l’aiuto del fratello Sforza Maria. Va ricordato che in quegli anni il ducato è controllato da Cicco Simonetta, consigliere di fiducia di Bona e titolare del feudo di Sartirana. Ludovico e il fratello cercano di sconfiggerlo con le armi, ma Sforza Maria muore, forse avvelenato, a Varese Ligure, mentre Ludovico è costretto all’esilio a Pisa. La vittoria per Ludovico arriva nel 1480, quando si riconcilia con la cognata Bona e fa condannare a morte Simonetta, giustiziato a Pavia. Subito dopo, la vendetta si abbatterà anche sulla principessa savoiarda, costretta a lasciare Milano per il castello di Abbiategrasso. Ludovico assume la reggenza in nome del nipote e, per i successivi diciannove anni, guiderà il ducato che fu dei Visconti.

Muovendosi in modo accorto fra alleanze e tradimenti, e avvantaggiandosi delle rivalità fra gli Stati italiani, Ludovico riesce a ottenere una certa supremazia per Milano. Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, conclude alleanze con il fiorentino Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, con il re di Napoli, Ferdinando I, e con papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. La nipote di Ferdinando, Isabella d’Aragona, va sposa a Gian Galeazzo Maria, mentre il fratello di Ludovico, Ascanio, è creato cardinale: sarà vescovo di Pavia dal 1479 al 1505 e, il 29 giugno 1488, poserà la prima pietra del duomo disegnato sull’area delle due cattedrali medievali di Santo Stefano e di Santa Maria del Popolo. Nel 1491 Ludovico sposa Beatrice d’Este, figlia del duca di Ferrara Ercole I d’Este, da cui avrà Massimiliano e Francesco ».

Per inciso: perché il matrimonio di Gian Galeazzo e di Isabella, celebrato il 2 febbraio 1489, rimarrà nella storia? E quale sarà la fine della coppia ducale?

« I festeggiamenti, che dureranno più di un anno, comprendono la celeberrima rappresentazione dell’opera musicale “Festa del Paradiso”, tenutasi il 13 gennaio 1490. Il testo poetico è composto da Bernardo Bellincioni, mentre le scene sono realizzate da Leonardo. Dopo la celebrazione del rito religioso, gli sposi stabiliscono la residenza a Milano, alla Rocchetta del Castello Sforzesco, ma con la nascita dei figli, fra cui il futuro duca Francesco, si trasferiranno prima a Vigevano e poi a Pavia. Gian Galeazzo, che è ancora formalmente il duca, si occupa attivamente degli svaghi della vita ducale e della famiglia, affidando sempre più gli incarichi di governo allo zio Ludovico.

2 Cozzo affresco
Carlo VIII arriva al castello di Cozzo per incontrare Pietro Gallarati e la moglie

Ma all’interno della famiglia si scatenano le lotte di potere. Isabella invoca l’intervento del nonno Ferdinando perché l’effettivo controllo del ducato sia restituito al marito, ma Ludovico si allea con l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo e con il re di Francia, Carlo VIII. Il primo, dietro pagamento di un’ingente somma di denaro, concede il titolo di duca al Moro, legittimando così l’usurpazione, e sposa Bianca Maria, sorella di Gian Galeazzo. L’11 settembre 1494 il re di Francia arriva ad Asti ricevuto con tutti gli onori da Ludovico, che un mese più tardi non avrà più rivali: il 22 ottobre il nipote Gian Galeazzo muore, non senza i consueti sospetti di avvelenamento. »

Professore, prima di arrivare all’ambito lomellino, ci può delineare in sintesi la fine del Moro, che il lomellino Pollini definirà “mostro morale”?

« Dopo un ventennio di rovesciamenti di alleanze militari e di intrighi politici, lo Sforza deve affrontare gli antichi alleati francesi. Carlo VIII muore nel 1498 e il suo successore Luigi XII, nipote di Valentina Visconti, avanza pretese dinastiche sul ducato di Milano accordandosi con Venezia, eterna rivale degli Sforza. Nel settembre 1499 i due alleati, grazie anche alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse imposte dal Moro, conquistano il ducato. Ludovico si rifugia a Innsbruck dall’imperatore Massimiliano e, l’anno successivo, tenterà di riappropriarsi di Milano, ma il 10 aprile a Novara sarà tradito dalle truppe svizzere. Cercherà di fuggire travestito da svizzero, ma sarà catturato dai francesi e imprigionato nel castello di Loches, nella Loira, dove morirà nel 1508 ».

Arriviamo all’intenso rapporto fra il duca e le belle arti, l’architettura e la cultura, senza dimenticare l’interesse per il mondo agricolo. E sappiamo che si deve al Moro l’introduzione delle risaie in Lomellina, oggi con il Pavese prima regione produttrice d’Europa.

« Lo storico Bernardino Corio, che scrive alla fine del XV secolo, riassume: “Qui vi sono storici, umanisti e poeti, architetti e pittori fisici e astronomi o molte di queste cose insieme, eccellentissimi in tutte le arti e scienze”. Sotto la reggenza del Moro, Milano e il suo ducato vivono un periodo d’oro: la corte ducale è animata da artisti celeberrimi come Leonardo e Bramante, e da decine di pittori, musicisti e poeti. Il genio vinciano ritrae due amanti di Ludovico: Cecilia Gallerani, nel famosissimo dipinto della Dama con l’ermellino, conservato a Cracovia, e Lucrezia Crivelli, dama della moglie Beatrice d’Este, nella Belle Ferronnière, oggi al Louvre di Parigi (esponente della famiglia dei feudatari di Lomello). Inoltre, il Moro commissiona a Bramante la ricostruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, nel cui refettorio Leonardo vi affresca il celeberrimo Cenacolo.

Cecilia
Cecilia Gallerani, la dama con l’ermellino

Nello stesso periodo sono realizzate molte opere di ingegneria civile e militare, come canali e fortificazioni, e la coltivazione del gelso, legata alla produzione di tessuti di seta, diventa elemento fondamentale dell’economia lombarda. A questo proposito vi è anche l’ipotesi che il soprannome Moro sia collegabile al nome del gelso, chiamato in latino morus e trasformatosi in dialetto lomellino in murón. La pensa così Alessandro Visconti, storico del diritto e autore di una Storia di Milano (1937).

Ai duchi Sforza è legata, soprattutto per noi lomellini, l’introduzione della coltivazione del riso. Alla metà del XV secolo il marchese di Mantova, Federico I Gonzaga, consegna diversi sacchi di riso trasportati dall’Oriente a Galeazzo Maria Sforza, promesso sposo di sua sorella Susanna, poi rimpiazzata da un’altra sorella, Dorotea, a causa di una malattia ereditaria. La prima e sicura documentazione della coltura del riso nella Pianura padana è costituita da due lettere scritte nel settembre 1475 da Galeazzo Maria, che invia in dono a Ercole I d’Este, duca di Ferrara, dodici sacchi di riso coltivato nella tenuta di Villanova di Cassolnovo (Cassolo Vecchio), sulle sponde del Ticino. E nel 1490, non a caso, Beatrice, figlia di Ercole, preparerà per il marito Ludovico un dolce a base di riso, mandorle, canditi e acqua di rose. A dispetto di grida e di proclami che proibiscono l’esportazione del riso fuori dal ducato di Milano, in pochi decenni la risicoltura si estenderà da Vigevano a Mantova, Cremona, Brescia, Novara, Vercelli, Saluzzo, Bologna, Ravenna, Padova, Treviso, nel Polesine e in Toscana. Tuttavia, sebbene la particolare conformazione del terreno, ricco di acque superficiali e poco profonde, si riveli subito adatta alla coltivazione del nuovo cereale, la diffusione delle risaie in Lomellina rimarrà limitata fino al xviii secolo.

Strettamente connessa al riso è la costruzione di canali irrigui, indispensabili per la sommersione delle risaie, promossa dagli Sforza in modo costante e convinto. Nel penultimo decennio del XV secolo Gian Galeazzo e la madre Bona autorizzano la concessione d’uso a scopo irriguo delle acque del Naviglio, poi noto come Sforzesco, costruito per portare le acque nella nascente tenuta della Sforzesca, e il permesso di fabbricare mulini da alimentarsi con le acque dello stesso Naviglio. Nel 1480 i duchi firmano l’autorizzazione per la costruzione di una strada diretta al porto sul Ticino, oltre ad alcuni provvedimenti finalizzati a preservare Vigevano dal contagio della peste. Nel 1481 arrivano la riduzione di tasse sul “sussidio bellico”, cioè il contributo alle spese militari pagato dai cittadini del ducato, e il permesso di cacciare i lupi che infestano la zona.

Quell’anno, però, passa alla storia per l’inizio della costruzione di una grande opera idraulica, la roggia Mora, dal soprannome di Ludovico: opera impreziosita dalla mano di Leonardo. La concessione per la derivazione di acque dal Sesia, già incanalate in un corso d’acqua artificiale risalente al XII secolo, serve per irrigare la Sforzesca, a sud di Vigevano, e le tenute ducali di Cassolnovo e di Villanova. La roggia derivata a Prato Sesia costituisce, al pari dei Navigli di Milano, uno dei più antichi esempi di “interconnessione” di fonti idriche diverse. Alimentata da un fiume soggetto a forti e prolungate carenze idriche, e destinata a fornire, per esigenze dei mulini e delle irrigazioni, una portata il più possibile costante e sicura, la Mora è in grado di intercettare le portate utili di tre torrenti (Strona, Agogna e Terdoppio) lungo un percorso di circa sessanta chilometri a cavallo di Novarese e Lomellina ».

La contea di Lomellina, fra Pavia e Genova

Nella lezione precedente abbiamo visto che nel 774 il franco Carlo Magno diventa re dei Longobardi e distrugge i vecchi ducati dividendo l’Italia in comitati, cioè contee. Questa modifica dell’ordinamento statale schiude alla Lomellina un orizzonte di potenza e di gloria. La zona fra Po, Ticino e Sesia non è più solamente un’espressione geografica. Continua a leggere

Sant’Albino, abbazia carolingia lungo la Via Francigena

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte quarta (e ultima)

A questo punto, tutti concordano sul fatto che la leggenda prevale sulla storia documentata. Oppure c’è ancora qualcuno che si ostina a credere nel racconto medievale che suscita così tanti entusiasmi e ferventi manifestazioni di fede?

« Vedete, sebbene nelle due tombe non siano stati rinvenuti altri elementi, come armi o brandelli di abiti, adatti a permettere di identificare in quei resti i due paladini, il racconto concorde e circostanziato dei cronisti permette di affermare che Amico ed Amelio furono realmente inumati nella chiesa di Sant’Eusebio. Dunque, quel teschio e quelle ossa possono essere tutto ciò che rimane delle loro spoglie mortali. E non vi ho ancora parlato della profanazione delle due tombe e del furto delle salme dei due paladini perpetrato da un certo Sidonio che, per denaro, le avrebbe consegnate al clero di Casale Monferrato. Dunque, il rinvenimento di quei pochi resti avvenuto nel 1928 fa sorgere il dubbio che l’oscuro episodio non sia stato proprio privo di fondamento, anche se il vescovo Bascapè afferma di non aver ricevuto alcuna notizia certa da parte delle fonti casalesi. La traslazione della salma di Amico accanto a quella di Amelio è, ovviamente, un parto della fantasia perché i due paladini furono inumati entrambi sotto l’altare di una sola chiesa. Dal cumulo delle salme dei guerrieri longobardi e franchi, affratellati nella vita e nella morte, le leggende sono sortite spontaneamente come il fiore che sboccia dalla fenditura della roccia.

Da parte nostra, non possiamo che prendere atto dell’eccezionale fortuna che avranno i due paladini nei secoli a venire. L’incertezza degli storici è unica nel suo genere: mai una battaglia campale dall’esito così devastante – più di 70.000 morti – sarà avvolta in un mistero tanto fitto. Se accettiamo la veridicità del fatto d’armi, allora dobbiamo anche credere alla morte e alla successiva sepoltura dei due paladini sotto l’altare di Sant’Eusebio, poi Sant’Albino. E, di conseguenza, che i rinvenimenti di poco meno di un secolo fa siano realmente appartenuti ai due soldati franchi. Al contrario, possiamo ridurre tutto a un’amena storiella che fece la fortuna di decine di poeti e cantori medievali e rinascimentali ».

Mortara Sant'Albino

Una visita turistica all’abbazia di Sant’Albino (2010): al pulpito il rettore padre Nunzio De Agostino

La chiesa abbaziale di Sant’Albino, al di là dei giudizi personali, vivrà secoli di grande splendore e diventerà un punto fisso per i pellegrini lungo la Via Francigena, letteralmente la “strada che nasce in Francia”, una delle più importanti “autostrade della fede”.

«L’originaria pieve di Sant’Eusebio si reggerà autonomamente per molti anni come chiesa battesimale, al pari di altre e più importanti, acquisendo poi grande fama come sede prepositurale. In diversi documenti ufficiali medievali sarà indicata anche senza l’indicazione di Mortara, a testimonianza dell’influenza esercitata sul popolo e sulle autorità civili e religiose, sia locali sia forestiere. Il monastero sarà trasformato nel 1464 da papa Pio II nella “commenda”, investitura considerata ambitissima. Con questa voce si designava un benefizio ecclesiastico affidato (dato in commendam appunto) a un secolare usufruttuario che ne godeva la rendita, probabilmente collegata a un grado ecclesiastico o a un grado cavalleresco assimilato. La commenda sarà soppressa più di tre secoli più tardi, nel 1799, quando il convento attiguo alla chiesa carolingia sarà trasformato in azienda agricola.

La fortuna di Sant’Albino, però, si misurerà con il metro dei pellegrinaggi lungo la Via Francigena, che eserciterà una singolare attrazione in particolare sui fedeli provenienti dalla Francia, tra cui si mantiene viva la storia-leggenda di Amico e Amelio. Questa direttrice viaria, che mette in comunicazione le città del Regno italico con il mondo d’oltralpe, rappresenterà per secoli la principale via di transito dei pellegrini inglesi e francesi diretti a Roma per rendere omaggio alla tomba dell’apostolo Pietro. Nell’area cisalpina sarà nota anche con il nome di Strada Romea, dal momento che la meta romana appariva più ricca di suggestioni. La denominazione di Via Francigena appare documentata sin dal IX secolo, epoca in cui aumenta il flusso di pellegrini francesi e britannici, e si radicherà definitivamente negli atti dal xii secolo in avanti.

Le tappe – mansiones – sono menzionate con precisione nell’itinerario di Sigerico, l’arcivescovo di Canterbury che, nel 990, si reca a Roma per ricevere il pallium arcivescovile, semplice veste di lana ornata con la croce, dalle mani di papa Giovanni xv. Il suo viaggio di ritorno contiene le ottanta “submansiones da Roma usque ad mare”, cioè il canale della Manica. Giunto a Pavia, Sigerico si trova di fronte a una triplice opzione per valicare le Alpi: il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il Monginevro. La scelta cade sul primo passo e, di conseguenza, l’arcivescovo tocca le mansiones di Tromello, Vercelli, Santhià e Ivrea: fra le submansiones c’è anche Mortara (Morters), dove gli homines viatores provenienti dalle terre galliche si fermano a pregare sulle tombe di Amico e Amelio. La letteratura cavalleresca medievale ha giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del fenomeno “pellegrinaggio” nell’immaginario collettivo. Fra le chansons des gestes ambientate in Italia, la più ricca di riferimenti alla Via Francigena è la Chevalerie d’Ogier de Danemarche, che ripropone i temi di una narrazione riferibile all’xi secolo. Ogier, vassallo di Carlo Magno, vuole vendicare il figlio ucciso da Carlotto, figlio del re, e decide di vendicarsi. A Mortara si scoprono i corpi dei due paladini franchi. Carlo Magno si rivolge così a suoi: “Prendès ces contes, fran chevalier nobile/Dusq’a Mortès ne vos atargiès mie/Ses enterrès el non sainte Marie”. Quello di Amico e Amelio è un classico esempio di stretta interrelazione fra temi della tradizione cavalleresca e motivi religiosi».

Amico e Amelio, fianco a fianco nella vita e nella morte

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte terza

E ora veniamo alla leggenda dei due paladini franchi Amico e Amelio, che nei secoli a venire avrebbero fatto la fortuna dell’abbazia di Sant’Albino, situata nell’area della presunta battaglia, luogo di preghiera irrinunciabile per i pellegrini diretti a Roma lungo la Via Francigena. Continua a leggere

La battaglia tra Franchi e Longobardi è una favola?

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte seconda

Ora iniziamo a esaminare i numerosi tasselli del mosaico mortarese. Partiamo dai toponimi: Silva Bella, soppiantato da Mortis ara. È fondata la motivazione che vuole il secondo nome assegnato dopo la strage del 773? Continua a leggere

Mortara, i Franchi e i Longobardi

Dal capitolo “Il loco della pugna Mortara nominaro” del mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie

Parte prima

A Mortara, il 12 ottobre 773, si combatte, o si sarebbe combattuta come vedremo più avanti, la battaglia campale fra i Longobardi di re Desiderio e i Franchi di re Carlo, il futuro Magno. Qual è l’antefatto? Continua a leggere

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